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Brexit, Trump, Europa al voto: l’età delle INCERTEZZE

Sventata l’ondata populista in Olanda, gli occhi vanno su Francia e Germania. Intervista al professor Magri, in vista del roadshow Finanza in Tour

20/03/2017 Stefania Pescarmona
“Quello dell’incertezza non è certo un tema originale. Tuttavia, ciò che caratterizza il periodo che stiamo vivendo è il manifestarsi dell’incertezza in diversi campi contemporaneamente. In campo economico, si possono citare gli strascichi della crisi che ha colpito le economie avanzate, il rallentamento dei Brics, la nuova spinta protezionista statunitense. A livello dei singoli attori, ci troviamo ancora una volta di fronte a un’Unione europea che sembra incapace di uscire dall’impasse, nonostante le molteplici minacce interne (partiti e movimenti anti-establishment) ed esterne (la minaccia terroristica, ma anche il rischio di irrilevanza nel Mediterraneo). Ci sono poi gli Stati Uniti, dove l’incertezza sembra essere diventata il “new normal”, o lo stesso Medio Oriente, dove la crisi politica che ha portato all’ascesa dello Stato islamico è tutt’altro che risolta. Incerta, infine, è la risposta fornita finora a queste crisi: per assenza di leader capaci e sostenuti da governi stabili, o per assenza di strumenti e ricette di policy alternative”.

Così Paolo Magri, vicepresidente e direttore dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi) e docente di Relazioni internazionali all’Università Bocconi, anticipa parte del suo intervento “Brexit, Trump, Europa al voto: l’età delle incertezze” che terrà durante il roadshow Finanza in Tour, il 22 marzo pomeriggio, a Firenze.

In un mondo a tre dimensioni, dove economia, politica e mercati si intrecciano in un gioco di equilibri multipli, un ruolo impotante va al tema delle elezioni. Dopo la Brexit e le elezioni americane, lo scorso 15 marzo l’Olanda è riuscita a dire no al populismo. Con un'affluenza da record, superiore all'80%, il Vvd (partito liberale di destra del premier Mark Rutte) ha infatti frenato l'ascesa del Pvv, i populisti islamofobi e anti-Ue di Geert Wilders, che fino a qualche settimana prima erano in testa nei sondaggi. Ma questo clima anti-Europa non è ancora sventato e soprattutto quali sono stati gli eventi che hanno dato il via a questa nuova tendenza?

Professor Magri, in questa “Età delle incertezze” non si può non partire dall’Inghilterra, dove a sorpresa lo scorso 23 giugno il fronte del leave ha vinto, creando le basi per l’avanzare del fronte no-euro. Brexit è stata, infatti, considerata la ‘madre di tutte le incertezze’ per i mercati, l’evento politico con il maggior potenziale di destabilizzazione dell’economia e dei mercati finanziari. Cosa succederà ora e quali saranno i risvolti sulle economie e sui mercati stessi?
Non è tanto il risultato del referendum su Brexit ad aver aumentato le incertezze in Europa –il Regno Unito è da sempre uno dei Paesi meno a suo agio all’interno dell’Unione europea –, quanto il fatto che ancora oggi non siamo sicuri non solo degli esiti, ma persino di tempi e modalità concrete dell’uscita del Regno Unito. Questa prolungata incertezza rischia di avere notevoli conseguenze sul futuro dell’Unione europea: per almeno i prossimi due anni, le cancellerie occidentali saranno costrette a tenere tra i primi punti all’ordine del giorno i negoziati UK-UE, proprio mentre instabilità politica ed economica continuano a caratterizzare l’Europa di oggi e si avverte l’esigenza di soluzioni di lungo periodo. Quanto agli effetti sulle economie, anche qui l’incertezza regna sovrana. Siamo rimasti sorpresi nel constatare che l’economia britannica si è dimostrata resistente alla decisione di uscire, chiudendo il 2016 con una crescita del 2,1%, e questo benché la sterlina sia piombata nel baratro. Ma il motivo è che Brexit non si è ancora concretizzata. Nel frattempo i paesi europei presentano un conto molto salato (si parla di 60 miliardi di euro) a Downing Street, oltre a fare a gara per spartirsi il “bottino” di istituzioni finanziarie agenzie in fuga da Londra. Noi “continentali” troviamo conforto nel fatto che Londra dipende più da noi (44% dell’interscambio commerciale) di quanto noi dipendiamo da lei (tra l’8% e il 4%). Ma non significa che non ci si possa fare entrambi molto male.

Dall’altra parte dell’Oceano, Donald Trump è diventato il 45° presidente degli Stati Uniti. Quali le ripercussioni economiche e finanziarie mondiali?
Anche in questo caso è estremamente difficile fare ipotesi su cosa potrà accadere. Anzi, potremmo dire che il dato principale è proprio l’incertezza. Da una parte, le promesse di Trump relative a tagli fiscali e investimenti infrastrutturali hanno spinto le borse verso l’alto. Al tempo stesso, però, le sue ricette protezioniste potrebbero infliggere danni notevoli all’economia internazionale. Inoltre c’è da chiedersi quanto il previsto stimolo possa sostenere ulteriormente un’economia che da anni aggiunge una media di 200.000 posti di lavoro al mese e che oggi rasenta la piena occupazione. C’è poi l’incognita rappresentata dalla Federal Reserve: i tempi sono infatti maturi per un graduale rialzo dei tassi di interesse, ma permane l’incognita degli effetti che questo potrebbe avere, per esempio accelerando la fuga di capitali da molte economie emergenti. In aggiunta, un eventuale stimolo di Trump potrebbe avere effetti inflazionistici, costringendo così la Fed ad alzare ancora più velocemente i tassi, il che potrebbe colpire ulteriormente gli altri paesi (ricordiamoci degli effetti del tapering del 2013). Anche in questo campo, dunque, sembra che per il momento siamo condannati a un atteggiamento di wait and see che ha proprio l’effetto di aumentare l’incertezza.

Infine, per quanto riguarda l’ultimo punto, l’Europa al voto, dopo l’Olanda i prossimi appuntamenti del 2017 sono Francia e Germania, con l'Italia che potrebbe seguire a ruota o rimandare al 2018. Cosa possiamo aspettarci da questi appuntamenti, dal cui esito dipenderà l’evoluzione di Ue ed euro?
Ogni appuntamento elettorale è seguito con attenzione (e talvolta apprensione) dai mercati, e quelli europei del 2017 non fanno eccezione. È inevitabile che un numero così grande di scadenze, dagli esiti tanto incerti e potenzialmente dirompenti, possa portare subbugli sulle piazze finanziarie europee e mondiali. Per quanto riguarda le specifiche minacce verso l’euro, qualsiasi sia l’esito delle consultazioni, a minacciare la stabilità della moneta unica sono anche condizioni di più lungo periodo, come l’incapacità degli stati di trovare un accordo su serie politiche di solidarietà fiscale. Se dovessi scegliere il Paese che più mi preoccupa, indicherei la Francia, mentre in Germania gli euroscettici sono ancora fermi al palo. Marine Le Pen ha promesso l’uscita dall’euro. Anche in caso di una sua vittoria “menomata” (con Le Pen all’Eliseo ma il Fronte Nazionale in minoranza in Parlamento), c’è da attendersi che farebbe di tutto per realizzare uno dei suoi cavalli di battaglia della campagna elettorale. La Francia fuori dall’euro vorrebbe dire fine dell’euro.
 
 
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