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Post Brexit, Milano POLO attrattivo per paperoni

Intervista all’avvocato Francesco Giuliani sul nuovo regime di imposizione forfettaria resident non domiciled, che rende l’Italia più attraente per High net worth individual (Hnwi) che sposteranno la residenza in Italia

30/03/2017 Stefania Pescarmona
Post Brexit, si aprono grandi opportunità per l’Italia. "L'Italia e Milano possono essere un'opportunità per l'Europa e anche per il Regno Unito", ha dichiarato ieri il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan in visita a Londra, ricordando le iniziative fatte dal governo per attrarre gli investitori esteri.  

E il riferimento va all'introduzione di maggiori tagli di tasse, in modo da rendere più convenienti per le imprese investire nel nostro Paese, e alla tassa forfetaria da 100mila euro (contenuta nella legge di Bilancio e attuata con il dispositivo delle Entrate di inizio marzo)  per i possessori di ingenti patrimoni che spostano la residenza nel Belpaese, per la quale la Germania ha accusato di fare dumping fiscale. "L'Italia è all'avanguardia nella lotta ai paradisi e l'armonizzazione fiscale in Europa passa per la decisione su una base imponibile comune e non sul tipo di tasse che si vogliono applicare", ha puntualizzato in merito Padoan rispondendo a una domanda di SkyTg24

E proprio su questo nuovo regime di imposizione forfettaria resident non domiciled abbiamo intervistato l’avvocato Francesco Giuliani, partner dello studio legale Fantozzi&Associati. 

Giuliani, cosa ne pensa del nuovo regime di imposizione forfettaria resident non domiciled?
La domanda posta coinvolge più in generale il tema della flat tax, tanto caro a taluni partiti politici e a illustri professori ed economisti in Italia e all’estero, che da decenni si interrogano riguardo meriti e demeriti dell’istituto.
La flat tax (ma sarebbe più corretto definirla “imposta capitaria”, visto che prevede un importo fisso, mentre la flat tax prevede comunque un’unica aliquota percentuale) non è del tutto nuova nel nostro sistema tributario, che la adotta, in parziale deroga al generale principio della progressività dell’imposizione stabilito dall'art. 53, cost., a fattispecie come l'Ires (aliquota “flat” al 24%) e ai contribuenti cosiddetti "minimi" e forfettari.
La deroga alla citata norma costituzionale riguarda però anche la prima parte della medesima, che prevede il fondamentale principio di capacità contributiva, e in tal senso fa riflettere, perché, se da un lato si favoriscono gli investimenti e dunque l’economia, dall’altro si rischia di creare malcontento e un grave squilibrio, peraltro a vantaggio di chi non ne ha bisogno, e in un Paese come il nostro a tassazione e contribuzione elevatissime.
 
A chi si rivolge e come funziona questa normativa?
La "nuova" misura riguarda i soggetti che intendono trasferire la loro residenza fiscale in Italia (e che non sono stati residenti nel nostro Paese per nove degli ultimi 10 anni), aderendo all’opzione prevista dall’art. 24-bis del Tuir (introdotto con la legge di stabilità per 2017), i quali pagherebbero un’imposta di 100mila euro per ciascun periodo d'imposta, solo ed esclusivamente sui redditi prodotti all’estero, a prescindere dall'importo dei redditi percepiti, con la conseguenza che ai redditi prodotti in Italia dai neo residenti andranno applicate le aliquote ordinarie previste nel nostro Paese.
L'intento di tale opzione, come affermato anche nella relazione illustrativa alla legge di stabilità 2017, è quello di «favorire gli investimenti in Italia da parte di soggetti non residenti».
Certo, attrarre investitori esteri con grandi disponibilità economiche potrebbe non bastare al fine di rilanciare l'economia del nostro Paese (se non sul piano dei consumi “di lusso”) se allo spot dell'imposizione fiscale “attrattiva” per i paperoni esteri non si affianca un netto cambio di passo nel senso di una riforma verso un sistema tributario e contributivo più equo per tutti, non solo per i grandi capitali in arrivo dall’estero.
 
Come siete strutturati per gestire questo nuovo tipo di business e cosa rappresenta per il vostro studio?
Per il nostro studio, che è anche parte del network internazionale Taxand, la flat tax costituisce un elemento di potenziale attrattiva per una clientela estera, nostra o dei nostri partner, per la quale l’elemento fiscale potrebbe essere decisivo al fine di sprigionare l’attrattiva del mito della dolce vita. Ciò che speriamo, da italiani prima che da consulenti, è che la misura, portando nel nostro Paese facoltosi stranieri, possa rilanciare gli investimenti in Italia da parte di quegli stessi soggetti.
Noi siamo strutturati per la gestione di qualsiasi problematica fiscale. Nel nostro studio non vige una rigida divisione in compartimenti, ma cerchiamo per quanto possibile di formare tutti i nostri professionisti a 360 gradi nella materia tributaria.
Certo è che poi necessariamente si formano delle competenze legate al tipo di clientela seguita, ma senza dubbio la recente esplosione delle voluntary disclosure ha creato degli automatismi nella gestione dei clienti persone fisiche e nei rapporti con i nostri partner e con le istituzioni finanziarie estere che potranno essere molto utili ai clienti che volessero trasferirsi in Italia per beneficiare della misura.
Peraltro, collaborando strutturalmente con banche, fondi di investimento pubblici e privati, incubatori di società innovative, etc., oltre alle classiche attività di assistenza siamo anche in grado, insieme ai nostri partner, di accompagnare il ricco neo-residente a investire le sue disponibilità suggerendo strategie che possano anche portare un contributo alla crescita del sistema Paese. Non c'è alcun dubbio, dunque, che la nostra struttura sia attrezzata per rispondere al meglio alle esigenze dell'investitore estero interessato a stabilire la propria residenza fiscale in Italia.
 
Vede nuove opportunità di business essendo nuova ricchezza che entra in Italia e quindi maggiori ricavi per gli studi legali? 
Negli ultimi anni il fatturato legato ai private clients ha avuto una notevole impennata legata alla voluntary disclosure. Difficilmente questa misura potrà avere un impatto simile sul nostro fatturato, perlomeno se all’arrivo dei “rich individuals” esteri non si affianca una riforma del sistema Paese (fiscale e non) che renda conveniente per questi soggetti investire il proprio capitale in Italia in maniera strutturale. Sotto questo profilo, infatti, l'Italia ha un grosso gap con altri Paesi europei che, al momento, sono più competitivi di noi, specie per quanto concerne - a parte il livello effettivo di imposizione - la burocrazia ed i tempi della giustizia.
 
 
 
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