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Scenari globali e finanza, a fast CHANGING world

Approfondimento del professor Di Giorgio, in vista del roadshow Finanza in Tour di Roma del 4 aprile

31/03/2017 Stefania Pescarmona
Il mondo contemporaneo cambia molto rapidamente. Questa affermazione si applica tanto alla politica, quanto alle dinamiche economiche e ai mercati finanziari. In vista del del roadshow Finanza in Tour di Roma del 4 aprile, Giorgio Di Giorgio,  professore ordinario di teoria e politica monetaria e direttore del centro Arcelli per gli studi monetari e finanziari della Luiss, anticipa a MyAdvice-ProfessioneFinanza parte del suo intervento su “Scenari globali e cambiamenti nel mondo della finanza”. 


“Il mondo contemporaneo cambia molto rapidamente. Questa affermazione si applica alla politica, alle dinamiche economiche e ai mercati finanziari. Negli ultimi 30 anni, il contributo alla crescita mondiale dei Paesi emergenti è divenuto fondamentale; in particolare, questo è avvenuto a partire dal nuovo millennio, da quando questi mercati hanno, seppure con modi diversi, sostanzialmente messo sotto controllo l’inflazione e riconquistato periodi di relativa stabilità macroeconomica. 
Il contributo alla produzione mondiale da parte dei Paesi emergenti è oggi quasi pari ai 2/3, mentre solo 15 anni fa le proporzioni erano invertite, a favore dei Paesi sviluppati. Questo la dice lunga su quello che potrà essere la composizione di un eventuale G7 in un futuro non troppo remoto. E induce altresì a riflettere su quello che potrebbe essere il ruolo di un solo Paese europeo, anche il più grande e forte, a confronto con altri veri e propri “giganti” presenti a livello mondiale. Solo se l’area dell’euro e/o l’Ue avranno raggiunto una più compiuta integrazione, anche politicamente, almeno in determinati settori, potranno sperare di competere ad armi pari.

Ma anche se consideriamo orizzonti temporali più lunghi, le dinamiche di cambiamento sono impressionanti. È noto che un driver importante della crescita economica mondiale è l’andamento della popolazione. È meno noto che la crescita demografica sia un fatto relativamente recente. Circa 4000 anni prima della nascita di Cristo, la popolazione mondiale era stimata intorno ai 600-700 milioni. Ed è rimasta grosso modo costante fino a circa la metà del XVIII secolo. Sono gli ultimi 250 anni che esprimono il fenomeno della crescita della popolazione, e che hanno trainato lo sviluppo dell’economia. Questa crescita è stata dapprima più lenta: ancora nel 1950, dopo 2 secoli, la popolazione si attestava sui 2 miliardi sulla terra. Oggi, siamo più di 7 e le previsioni sono che, nonostante un calo della fertilità e politiche di contenimento della stessa, arriveremo probabilmente a 11 miliardi nel 2100. 
Questo, chiaramente, pone delle sfide importanti, in particolare accompagnandosi a una distribuzione ineguale della ricchezza tra le diverse aree del pianeta, capace di indurre fenomeni migratori di dimensioni tali che quelli osservati oggi risulteranno probabilmente del tutto trascurabili. 
 
Anche il mondo dell’economia sta cambiando rapidamente. Nella classifica della capitalizzazione di mercato delle 20 più grandi aziende a livello globale, tra il  2008 e il 2016 ci sono solo pochi nomi che si ripetono. Oggi, ai vertici, ci sono aziende a elevato contenuto tecnologico. Anche il sistema finanziario ha visto mutare molti equilibri: dal 1990, passando per il 2007, e arrivando ad oggi, si osservano rilevanti cambiamenti nei nomi dei maggiori player. In particolare si nota che delle principali banche giapponesi, che erano tra le più grandi al mondo negli anni 90, ai nostri giorni ne rimane una sola nelle prime venti della classifica per capitalizzazione. Sono arrivate le banche cinesi, che affiancano le principali banche statunitensi, con le banche europee che stanno invece rapidamente diminuendo di “peso”.
 
Nell’eurozona, negli ultimi dieci anni, abbiamo avuto due crisi pesanti. Nonostante l’area nell’aggregato abbia retto bene alla crisi dei mutui subprime, anche in termini di indicatori di finanza pubblica, con deficit e debito che, in rapporto al Pil, sono cresciuti meno rispetti a Stati Uniti, Giappone e Inghilterra, all’interno dell’eurozona rimane una eccessiva disomogeneità. Questa disomogeneità è quella che ha portato alla seconda crisi, quella dei debiti sovrani, inducendo l’aumento degli spread e richiedendo alle autorità di politica monetaria di attivare strumenti eccezionali di intervento. L’azione della Bce è riuscita a ridurre gli spread, il differenziale sul prezzo del credito che le imprese italiane, spagnole, portoghesi pagano rispetto ai Paesi della Core Europe, a deprezzare il cambio dell’euro, favorendo le esportazioni e la domanda aggregata. Nel 2017, la ripresa si consoliderà e il tasso di inflazione dovrebbe avvicinarsi al target del 2%.

Quali sono, in questo contesto, le sfide per il sistema bancario italiano?
La prima è che sta cambiando molto rapidamente la raccolta. In Italia avevamo un peso delle obbligazioni bancarie assolutamente record, rispetto ad altri Paesi nell’area dell’euro. Questo sta rapidamente rientrando; ne abbiamo ancora più della Francia e della Germania ma stiamo convergendo ai loro livelli. Aumenta la raccolta con depositi e questo fa sì che ci sia molta più raccolta a breve termine, circa l’80%. Ciò contribuisce a ridurre il costo del funding e a far sì che le banche debbano ritornare a fare il loro mestiere tipico, quello della trasformazione delle scadenze, a cui, tuttavia, si accostano dei rischi di fragilità importanti che vanno governati e presidiati con grande attenzione.
Con tassi di interesse negativi o molto bassi, il margine di interesse contribuisce meno e la redditività è in affanno con il modello tradizionale di business. È necessario aumentare la capacità delle banche di accompagnare le imprese, facendo qualcosa di diverso dal semplice credito, fornendo servizi di consulenza finanziaria, di ristrutturazione aziendale, di placement sul mercato azionario e obbligazionario. La permanenza di una profittabilità vicina allo zero è, inoltre, un altro indicatore che il sistema sarà costretto a efficientarsi e aggregarsi.
Infine, le sofferenze bancarie, seppure in lieve diminuzione, rimangono molto elevate e contribuiscono a rendere il settore fragile ed esposto a rischi di downside. Alcuni interventi sono stati fatti, vanno nella giusta direzione ma forse ancora non sono sufficienti. Negli Stati Uniti, dopo la crisi di Lehman Brothers, gradualmente il peso delle sofferenze in rapporto agli impieghi è andato via via riducendosi, anche grazie al contributo del fattore più importante per ridurre questo rapporto, che è la crescita economica. Gli Stati Uniti hanno ripreso a crescere, certo non più al 3,3% medio, come accadeva nei primi anni 2000, ma intorno al 2-2,5%. Invece, nell’area dell’euro la ripresa è stata più contenuta e il rapporto è ancora molto elevato: in questo scenario, le banche italiane sono responsabili per circa il 50% del peso totale delle sofferenze sul Pil europeo. 

Per concludere, il sistema italiano bancario nel suo complesso ha il problema oggettivo di una redditività ridotta e di un eccessivo carico di crediti deteriorati; a questo, si aggiungono poi le nuove sfide indotte da una regolamentazione sempre più invasiva e costosa in termini di capitale e di compliance. La ristrutturazione del settore, iniziata nel 2016 con il merge tra Bpm e Banco Popolare, con l’aggregazione delle popolari venete sotto l’egida del Fondo Atlante, la nazionalizzazione di Mps e la formazione, in corso, di nuovi gruppi nel credito cooperativo, continuerà nei prossimi mesi, orientata alla ricerca di maggiore efficienza.  Il nodo di fondo, a livello più generale, rimane comunque quello relativo al fattore che ha consentito di piegare il rapporto tra sofferenze e impieghi negli Stati Uniti, e che da ormai 25 anni penalizza invece il nostro Paese: quello della crescita economica. Occorre, infatti, riprendere immediatamente il cammino delle riforme strutturali orientate a uno sviluppo moderno e sostenibile dell’economia italiana”.
  
 
 
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