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Pir senza Fintech, strumenti MONCHI

Lafiosca (BorsadelCredito.it): "Non potendo investire in finanza alternativa, cio Fintech, molto probabile che i Pir si limiteranno a investire solo su una piccolissima parte dell'economia reale, quella delle quotate, in un mercato rarefatto"

27/04/2017 Redazione
“I Pir sono strumenti di investimento che puntano sull'economia reale e per incentivarla offrono a chi li acquista l'esenzione fiscale. Ma non possono investire in finanza alternativa, cioè Fintech. È molto probabile che i Pir si limiteranno a investire solo su una piccolissima parte dell'economia reale, quella delle quotate, in un mercato rarefatto, come quello italiano il cui listino generale accoglie appena 380 società”. 

Questo il commento secco di Antonio Lafiosca, socio e chief operating officer di BorsadelCredito.it, start-up fintech nata nell'ottobre 2013 come piattaforma digitale di brokeraggio per il credito alle aziende, che nel settembre 2015 si è aperta al canale del P2P lending come primo operatore per le aziende in Italia. 

“Come spesso accade, al prodotto italiano manca il quid che lo rende davvero innovativo: non può infatti investire in finanza alternativa, cioè Fintech, a differenza dello strumento britannico”, prosegue Lafiosca. E il riferimento va nel Regno Unito agli Isa, Individual savings account che altro non sono che prodotti simili  i nostri Pir.  
 
Qualche settimana fa, al Salone di risparmio di Milano, Keith Lawson, deputy general counsel Tax Law di Ici Global, l'associazione globale dei fondi comuni, Etf, fondi chiusi e trust,  ha presentato le diverse forme di piano individuale di risparmio che sono attive nel mondo dal Giappone agli Usa, e ha definito gli Isa britannici pionieristici, in quanto lanciati nel 1999. “Aggiungiamo noi, pionieristici anche perché possono essere composti da cassa, azioni e titoli di debito e Fintech”, ribadisce Lafiosca, ricordando che esattamente un anno fa, sempre nel Regno Unito, è stato lanciato l'Ifisa (Innovative finance savings account), un'evoluzione dell'Isa, che prevede l'esenzione fiscale su investimenti fino a 20mila euro. 
 
Negli Ifisa il marketplace lending entra a pieno titolo: una giusta decisione, se l'obiettivo è davvero investire sulle piccole imprese e farle crescere. 
L'investitore può trasferire nell'Ifisa  – ovvero, di fatto, in P2P lending – la quantità di denaro che desidera prelevandola dal tradizionale Isa, senza pagare commissioni extra. Investire in Ifisa è lo stesso che andare direttamente sul P2P lending, dal punto di vista delle fee. Ma offre il grande vantaggio di essere tax free. 
 
Anche i Pir offrono un'esenzione fiscale totale, su 30mila euro annui per cinque anni. Peccato che, nella normativa italiana, l'unica previsione in merito al portafoglio Pir compliant è che sia composto in titoli quotati o non, azioni o obbligazioni, di società quotate o non con stabile organizzazione italiana, per una fetta di almeno il 70%. Di questo 70%, il 30% deve essere formato da aziende fuori dal Ftse/Mib, il listino delle blue chip. Quindi, in teoria, tutta l'economia reale delle Pmi italiane, che sono più di 4 milioni e ammontano a oltre il 95% del nostro tessuto industriale.

“In pratica, non solo noi, abbiamo sollevato più di un dubbio sul fatto che, per una questione di onerosità della ricerca, le case di affari difficilmente andranno persino sulle quotate di Aim, il listino alternativo delle piccolissime imprese. Forse pescheranno dallo Star, l'indice delle eccellenze che hanno dimensioni più adatte all'analisi. In ogni caso, è molto probabile che i PIR, per quanto argomentato, si limiteranno a investire solo su una piccolissima parte dell'economia reale, quella delle quotate, in un mercato rarefatto, come quello italiano il cui listino generale accoglie appena 380 società”, precisa il socio e chief operating officer di BorsadelCredito.it.

Piazza Affari capitalizza l'1% sul mondo, una briciola e, secondo Kpmg, vale il 35% del Pil italiano, contro il 51% della Germania, il 66% della Spagna e l'86% della Francia. "Cioè non rappresenta il tessuto economico sottostante da nessun punto di vista: né da quello dei volumi, né da quello settoriale, con le banche che occupano il 30% del Ftse/Mib", prosegue Lafiosca, che poi conclude dicendo: "Insomma, senza Fintech, i Pir italiani non centreranno il bersaglio per cui sono stati creati o, peggio ancora, resteranno il solito salvagente per le foche”. 
 
 
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