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Italia: tasso di DISOCCUPAZIONE fermo al 12%

LíEuropa ha sempre bisogno di aiuto da parte della Bce in quanto in Italia, Portogallo e Grecia Pil e tasso di disoccupazione restano alti

17/07/2017 Redazione
Recentemente Draghi ha dichiarato che l’Eurozona necessita ancora di un “considerevole” sostegno monetario da parte della Bce, nonostante la sua economia stia migliorando e il rischio di deflazione si sia dissipato. L’Eurozona come regione necessita ancora di un importante stimolo monetario in quanto il Pil sta aumentando, così come il tasso di occupazione, ma non in Italia né in Portogallo né in Grecia. La crescita del Pil e del tasso di occupazione si concentrano al momento solo nei paesi nordici, nel Benelux, in Austria e in Germania. 

Il vero problema è che il tasso di disoccupazione in Italia rimane bloccato al 12%. La divergenza che persiste in un’Eurozona dove ogni dato macroeconomico è distorto dai pochi grandi campioni, che sono essenzialmente Benelux, Austria e Germania. Finché l’Italia non raggiungerà un tasso di crescita sostenibile – ossia un senza considerevole sostegno monetario - il rischio è una svalutazione dell’Euro e, nel lungo periodo, del progetto europeo stesso. L’Italia necessita ancora di tassi d’interesse tenuti artificialmente bassi per permettere al governo di rifinanziarsi a costo contenuto. 
 
Del resto, l’Italia ha ottenuto scarso margine d’azione sul budget da parte dell’Ue per assorbire i costi straordinari legati al terremoto nell’Italia Centrale e alla crisi dei rifugiati. La possibilità che vengano introdotte tasse più elevate per assorbire questi costi di finanziamento maggiori, potrebbe rivelarsi dannosa sia per il consenso interno sia per la fiducia sull’euro in generale. Ciò alimenterebbe infatti la retorica nazionalista e l’euroscetticismo, provocando attacchi speculativi sulla moneta unica, i Btp italiani e i titoli bancari.
 
La difficile situazione dell’occupazione in Italia implica che le elezioni rappresentino uno dei rischi principali per i mercati finanziari europei. Ciò, accompagnato all’urgenza di approvare la legge di bilancio prima delle elezioni per tenere a bada i potenziali attacchi speculativi sul mercato italiano, significa che la retorica accomodante della Bce si rivelerà cruciale per tenere sotto controllo il sentiment nell’Eurozona. 

Obbligazioni e dividendi: è tutta una questione di Qe
I rendimenti obbligazionari in Europa probabilmente non si muoveranno, semplicemente perché non credo che la Bce annuncerà a breve la fine del Qe - non ritengo nemmeno che accadrà in settembre, quando l’Italia si troverà a presentare una bozza di bilancio e, potenzialmente, ad affrontare una tornata elettorale. Sono questi i principali elementi che potranno influenzare al rialzo o al ribasso i rendimenti obbligazionari. Se analizziamo l’inflazione in Europa, notiamo che essa è aumentata notevolmente negli ultimi due mesi, ma i rendimenti delle obbligazioni non hanno reagito e la maggior parte di questi è ora in territorio di tassi reali negativi. 
 
Ciò suggerisce che l’aumento dell’inflazione in Europa non sarà duraturo, dato che la maggior parte dell’incremento proviene da effetti legati ai costi d’importazione - prezzi dei beni alimentari più alti a causa del cattivo raccolto, prezzi dell’energia più alti per i consumatori e combinati con un tasso di cambio Euro/Dollaro relativamente basso. Questi fattori hanno forzato un aumento delle importazioni e dell’inflazione. E questa situazione non è sostenibile perché ora l’Euro si sta riprendendo, potenzialmente riducendo futuri costi di importazione.  
 
Inoltre, dati prezzi del petrolio estremamente bassi, le importazioni di energia in termini di dollari sono diventate più economiche anche per l’Europa. In più, l’inflazione potrebbe ritornare a livelli più bassi. Quindi, è tutta una questione di Qe. I rendimenti obbligazionari continueranno ad essere relativamente bassi anche in Italia, specialmente perché la ristrutturazione bancaria sta costantemente riducendo il rischio sistemico. 
In Europa, anche il rendimento da dividendi non cambierà nel breve periodo. I dividendi sarebbero visti come regolari considerati i livelli stabili di utili distribuiti. Le società che in Europa pagano dividendi appartengono al settore energetico, finanziario e dei beni di consumo. Questi ultimi riusciranno a sostenere il livello di dividendi e forse anche ad aumentarlo lievemente, ma probabilmente non in misura maggiore del tasso di crescita del prezzo delle azioni perché non vi sono incentivi per fare ciò in un contesto di bassi tassi d’interesse.  Le società attive nel settore energetico hanno già concluso una fase di ristrutturazione l’anno scorso riducendo le spese operative. Quindi anch’esse saranno probabilmente capaci di pagare i dividendi per il 2017, e forse li aumenteranno leggermente. 
 
Il settore finanziario è positivo, anche in Italia. Anche Intesa si è espressa e ha comunicato al governo italiano di non voler compromettere la propria politica di dividendi in seguito all’acquisizione di Veneto Banca, motivo per cui l’outlook per i dividendi in Europa rimane stabile.

A cura di Viktor Nossek, direttore della ricerca di WisdomTree in Europa
 
 
 
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