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PFEXPO Roma, la fine dellíegemonia americana

Come cambia il ruolo degli Stati Uniti e quello dellíEuropa nello scacchiere internazionale? Lo scenario di Raffaele Marchetti, senior assistant professor presso la Luiss

26/07/2017 Redazione
Cresce l’incidenza della geopolitica sui mercati finanziari. Come cambia il ruolo degli Stati Uniti e quello dell’Europa nello scacchiere internazionale?

Raffaele Marchetti, senior assistant professor presso la Luiss, anticipa a MyAdvice-ProfessioneFinanza parte dell'intervento che farà il 26 settembre al PFEXPO di Roma, all'interno della tavola rotonda “Incertezza geopolitica e scenari macroeconomici: quali orizzonti?”, in sala Consulenza, al Centro Congressi Roma Eventi - Fontana Trevi, dalle 14.30 alle 16.15 . (clicca qui per iscriverti all'evento)
 
L’elezione di Trump segna la fine della lunga fase egemonica americana. Malgrado l’ammiccante slogan elettorale “Rendere di nuovo grande l’America”, la presidenza Trump sarà caratterizzata da un forte senso di disimpegno e ritirata dallo scacchiere internazionale.
Ciò ha a che vedere con la bilancia costi/benefici del ruolo americano nel mondo. Secondo la teoria della stabilità egemonica, l’egemone inizia a declinare quando i costi di gestione del sistema internazionale che egli paga sopravanzano i benefici.

I costi si sono andati accumulando negli anni. Dalle guerre in Afghanistan e Iraq di Bush agli stimoli economici di Obama, il debito americano è andato crescendo. E con esso sono cresciute le ansie e i disagi dei cittadini americani che hanno cominciato a chiedere un cambiamento. Gli effetti della globalizzazione sull’occupazione hanno fatto il resto.
Trump è stato più abile della Clinton a intercettare tali frustrazioni suggerendo una risposta in termini di ritirata dagli “svantaggiosi” impegni internazionali. E quindi via dai trattati di libero scambio, via dagli accordi ambientali, e ridiscussione della distribuzione dei costi all’interno della Nato.

Da questa prospettiva l’elezione di Trump ha più a che fare con tendenze di lungo periodo che con la campagna elettorale degli ultimi mesi. Tendenze che già si intravedevano con Obama e che sono destinate a divenire ora più evidenti.
Il sistema multilaterale costruito dalla leadership americana nel secondo dopoguerra (Onu, Banca mondiale, Fondo monetario, Nato fino all’Organizzazione mondiale del commercio) sarà ridefinito e forse marginalizzato dall’azione di Trump.

In questo mondo post-occidentale, disordinato e poco prevedibile, quello che sembra emergere è un sistema di interazione basato su transazioni negoziali ad hoc, senza obiettivi politici di lungo termine se non la difesa degli interessi nazionali qui ed ora.

Eppure, questo disimpegno americano potrebbe sorprendentemente avere effetti distensivi, ossia diminuire la pericolosa escalation in atto tra Usa e Russia, ma anche tra Usa e Cina. Senza una potenza egemonica che promuove il suo ordine internazionale, si dischiudono sia opportunità per la ridefinizione di un sistema più bilanciato sia rischi per una deflagrazione complessiva.
Analizzando il futuro della presidenza Trump dobbiamo distinguere quello che potrebbe succedere a livello nazionale negli Usa (negativo) da quello che potrebbe accadere a livello internazionale (possibilmente positivo). La politica interna e la politica estera sono ambiti distinti che vanno analizzati indipendentemente l’uno dall’altro. Ci si potrebbe trovare nella situazione nella quale dalla presidenza Trump derivino contemporaneamente effetti di polarizzazione accentuata a livello nazionale, ed effetti di de-polarizzazione a livello internazionale.

Che conseguenze per l’Italia e l’Europa?
Il disimpegno militare americano ci obbligherebbe ad aumentare le spese militari, ma fornirebbe anche un’opportunità per ripensare lo sviluppo della difesa europea che il nostro governo sta chiedendo già da tempo. In Libia potremmo perdere un alleato prezioso e trovarci più soli ad affrontare una situazione difficile.
Una fase di distensione con la Russia potrebbe portare alla diminuzione o revoca delle sanzioni, con effetti positivi per il nostro export e un generale miglioramento dei rapporti Ue-Russia. Ciò allo stesso modo genererebbe tensioni interne all’Ue con i Paesi dell’est che si sentirebbero più vulnerabili: starebbe a Paesi come l’Italia e la Germania offrire rassicurazioni.
Minori sembrano i possibili effetti contagio a favore dei movimenti anti-sistemici, ma certi sono i costi che dovremmo pagare al fine di recuperare la credibilità che abbiamo perso con un prematuro schieramento a fianco della Clinton.

In Europa, la Germania dovrà probabilmente dimostrare di avere leadership in un contesto post-atlantico. Senza più le ambiguità dello scudo americano, la Germania dovrà assumersi le proprie responsabilità.
Per l’Europa stessa potrebbe essere l’ora della verità. O la Ue saprà rinnovarsi e rilanciarsi (magari con una “core Europe”) in modo necessariamente più autonomo rispetto agli Usa o rischia di accentuare sempre più il suo declino.

Strategicamente l’Unione europea potrebbe dover riorientare il suo focus strategico verso un più ampio raggio d’azione, a mo’ di pendolo. Certamente mantenendo il legame transatlantico, ma anche guardando con maggiore attenzione a Sud verso il mediterraneo e l’Africa, e allo stesso tempo riaprendo canali di interazione significativi a Est verso la Russia, Cina, ma anche Iran, India etc.
 
 
 
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