Per oltre trent’anni l’Occidente ha guardato alla fine dell’Unione Sovietica come alla conferma della superiorità del proprio modello. Democrazia liberale, economia di mercato, società aperta e globalizzazione sembravano indicare una direzione precisa verso cui anche il resto del mondo avrebbe progressivamente dovuto convergere.
Nell’intervista a FinanceTV, Federico Fubini parte da questa convinzione per rovesciarla: il punto non è soltanto chiedersi perché la Russia non sia diventata ciò che l’Occidente immaginava, ma quanto alcune caratteristiche del sistema che si voleva trasformare siano finite, secondo la sua lettura, per riemergere proprio nelle società occidentali.
È il cuore della tesi di Imperi allo specchio. Dovevamo cambiare la Russia, la Russia ha cambiato noi. Fubini non descrive l’attuale fase come una semplice crisi politica o economica, ma come qualcosa di più profondo: la messa in discussione simultanea di istituzioni, rapporti internazionali e modello liberale di governo dell’economia. Una trasformazione che, nel suo ragionamento, presenta alcuni elementi di analogia con ciò che accadde nell’Europa orientale alla fine del sistema sovietico, pur in condizioni economiche e storiche profondamente diverse.
Quando entra in crisi un intero modello
Per spiegare la portata della trasformazione, Fubini torna alla caduta del Muro di Berlino. Quello del 1989 non fu soltanto il collasso di un regime politico, ma la fine contemporanea di un’ideologia, di un sistema economico e di una rete di istituzioni internazionali costruite attorno a quel modello.
È proprio questa sovrapposizione di crisi a interessarlo oggi. Nell’intervista richiama le difficoltà della NATO, dell’Unione Europea e del patto transatlantico, insieme alla crescente messa in discussione dell’apertura dei mercati e del modello liberale. Il parallelo non serve a sostenere che l’Occidente stia necessariamente andando incontro allo stesso destino dell’Unione Sovietica, ma a porre una domanda più scomoda: cosa succede quando un sistema smette progressivamente di credere nelle regole e nelle istituzioni attraverso cui si era definito?
Per Fubini, è proprio questa la dimensione più importante del momento attuale. L’Occidente non sta semplicemente affrontando una serie di crisi separate, ma potrebbe trovarsi nel mezzo di una trasformazione del proprio modello di riferimento, senza avere ancora chiaramente definito quale debba essere quello successivo.
I segnali della crisi possono essere visibili molto prima del crollo
Uno degli episodi più significativi raccontati da Fubini riguarda una lettera inviata nel 1968 da Yuri Andropov, allora alla guida del KGB, a Leonid Brežnev. Nella ricostruzione proposta nell’intervista, Andropov metteva in evidenza il crescente ritardo sovietico rispetto agli Stati Uniti in ambiti come tecnologia, istruzione e capacità industriale, arrivando a prevedere che il sistema sarebbe entrato in crisi se quella distanza non fosse stata colmata.
Ma l’aspetto che interessa maggiormente Fubini non è tanto l’accuratezza della previsione quanto ciò che accadde a quella lettera: venne ritrovata anni dopo in fondo a un cassetto della scrivania di Brežnev. Il segnale esisteva, era arrivato fino ai vertici del potere, ma non aveva prodotto una reazione adeguata.
Da qui nasce una delle domande più forti dell’intervista: quali segnali della crisi del nostro sistema abbiamo visto e poi deciso, consapevolmente o meno, di ignorare?
È una chiave di lettura che permette a Fubini di spostare l’attenzione dalle singole decisioni politiche alla capacità di una società di riconoscere le proprie fragilità prima che diventino strutturali. Il problema, in altre parole, non è soltanto che una crisi possa essere difficile da prevedere, ma che spesso i segnali siano già presenti mentre istituzioni ed élite continuano a comportarsi come se il sistema fosse destinato a rimanere immutato.
Trump come conseguenza, non come origine
È in questo contesto che entra Donald Trump. Nell’intervista, la domanda non viene posta nei termini semplicistici di attribuire a una singola figura politica la responsabilità della trasformazione occidentale. Al contrario, Trump viene presentato come una possibile conseguenza di processi che hanno radici molto più profonde.
Fubini racconta a questo proposito un particolare rapporto di fascinazione che Trump avrebbe avuto, già negli anni Ottanta, nei confronti di Michail Gorbaciov. Due figure profondamente differenti per biografia e personalità, ma accomunate, nella lettura proposta da Fubini, da un elemento: trovarsi al centro della messa in discussione delle fondamenta di un sistema.
La formulazione di Fubini è molto netta: Trump non sarebbe colui che “sistema”, ma colui che “disfa”. L’analogia, ancora una volta, non riguarda l’identità tra Stati Uniti contemporanei e Unione Sovietica, né implica che gli esiti debbano essere gli stessi. Serve piuttosto a descrivere una leadership che mette in discussione istituzioni, alleanze e principi consolidati senza che sia altrettanto chiaro quale ordine dovrebbe sostituirli.
È proprio questa, per Fubini, una delle differenze più significative rispetto alla fine del blocco sovietico. Le società dell’Europa orientale che uscivano dal socialismo reale avevano almeno una direzione verso cui pensavano di voler andare: democrazia liberale, società aperta ed economia di mercato. Oggi, sostiene, è molto meno evidente quale sia il progetto verso cui l’Occidente intenda muoversi.
Il paradosso di “Imperi allo specchio”
È qui che la tesi del libro arriva al suo punto più provocatorio. L’Occidente pensava di poter aiutare la Russia a trasformarsi secondo il proprio modello, ma secondo Fubini commise errori profondi nel modo in cui gestì quella transizione. Il risultato fu una Russia degli anni Novanta segnata da instabilità e concentrazione del potere economico, molto distante dall’immagine della democrazia liberale che si immaginava potesse emergere.
Il paradosso, nella sua lettura, è che oggi proprio gli Stati Uniti mostrerebbero alcuni tratti che ricordano quella concentrazione del potere nelle mani di élite economiche ristrette. Fubini parla esplicitamente di un sistema diventato «oligarchico», utilizzando questa espressione come parte della propria interpretazione del cambiamento americano.
La domanda posta dal titolo dell’intervista, quindi, non ha una risposta semplice. Non significa sostenere che Occidente e Russia siano diventati sistemi equivalenti, né che la storia stia procedendo in senso inverso rispetto agli anni Novanta. Il punto è più sottile: quanto dei principi che l’Occidente considerava parte essenziale della propria identità è ancora realmente al centro del suo funzionamento?
È questo il vero “specchio” evocato da Fubini. Non tanto una sovrapposizione tra due mondi, quanto il rischio di riconoscere nel proprio sistema alcune delle caratteristiche che per decenni erano state considerate proprie di quello che si voleva cambiare.




