Quando si prova a immaginare quali forze cambieranno maggiormente l’economia nei prossimi venti o trent’anni, l’intelligenza artificiale sembra quasi inevitabilmente occupare il primo posto. Ma nell’intervista a FinanceTV Riccardo Spada invita ad allargare lo sguardo: accanto alla rivoluzione tecnologica esistono trasformazioni più lente e meno spettacolari, come la demografia, che potrebbero incidere altrettanto profondamente sulla crescita, sul mercato del lavoro e quindi anche sui portafogli degli investitori.
La questione diventa particolarmente interessante proprio perché AI e demografia potrebbero muoversi in direzioni apparentemente opposte. Da una parte, popolazioni più anziane e una forza lavoro potenzialmente più ridotta possono rappresentare un freno alla crescita; dall’altra, gli aumenti di produttività resi possibili dalla tecnologia potrebbero contribuire almeno in parte a compensare questa riduzione. A queste due grandi variabili si aggiunge poi l’energia, tornata centrale per effetto delle tensioni geopolitiche e della vulnerabilità delle catene di approvvigionamento.
L’intelligenza artificiale cambierà il lavoro, ma non necessariamente lo eliminerà
Spada non ha molti dubbi sull’impatto dell’AI: «l’AI trasformerà l’economia senza dubbio». La considera una tecnologia ancora giovanissima ma già capace, per chi la utilizza in modo professionale e non superficiale, di mostrare un potenziale profondamente dirompente. Proprio la velocità con cui si sta sviluppando rende estremamente difficile prevedere dove potrà arrivare in un orizzonte di vent’anni.
Questo non significa però aderire agli scenari più estremi, nei quali l’automazione renderebbe progressivamente inutile il lavoro umano. Spada si aspetta piuttosto una trasformazione simile, almeno nella logica, a quella prodotta da Internet: alcune professioni verranno cancellate o ridimensionate, altre nasceranno e interi settori cambieranno il modo in cui producono valore.
Il punto, per un investitore, è che questi processi non avverranno necessariamente in modo lineare. L’adozione attraverserà cicli, accelerazioni e probabilmente anche delusioni, mentre aziende e settori reagiranno in maniera differente. Pensare all’AI come a una singola “tema di investimento” rischia quindi di essere molto meno interessante che comprenderne gli effetti più profondi sulla produttività e sull’organizzazione dell’economia.
La demografia può diventare il contrappeso della rivoluzione tecnologica
È proprio qui che entra in gioco la demografia. Spada osserva come non soltanto molti Paesi occidentali, ma ormai anche diverse economie emergenti, si trovino sotto il tasso di sostituzione della popolazione. La conseguenza di lungo periodo è una società mediamente più anziana, forse anche più sana grazie ai progressi tecnologici e medici, ma caratterizzata da una minore disponibilità di persone in età lavorativa.
Da questo punto di vista, la demografia non è una variabile separata dall’intelligenza artificiale. Le due trasformazioni possono addirittura diventare complementari: se la popolazione attiva diminuisce, un aumento della produttività generato dall’AI potrebbe contribuire a compensare la riduzione della forza lavoro.
Spada è però molto prudente nel trasformare questa possibilità in una previsione. Proiettare queste dinamiche per decenni significa lavorare con un numero enorme di variabili, mentre proprio l’innovazione tecnologica può modificare improvvisamente le ipotesi di partenza. La relazione tra popolazione, produttività e crescita va quindi osservata come una delle grandi questioni strutturali dei prossimi decenni, più che come uno scenario già scritto.
Anche l’energia è tornata una variabile strategica
Alla tecnologia e alla demografia si aggiunge il tema energetico. Le crisi geopolitiche recenti hanno mostrato quanto alcuni passaggi strategici e alcune fonti di approvvigionamento possano trasformarsi rapidamente in colli di bottiglia per l’economia, spingendo governi e imprese a ragionare nuovamente in termini di sicurezza delle forniture e maggiore indipendenza.
Ma anche qui Spada invita a non estrapolare semplicemente il presente nel futuro. Investire sulle materie prime o sull’energia assumendo che la scarsità attuale debba necessariamente permanere per decenni significa, nella sua lettura, scommettere contro la capacità dell’uomo di innovare.
Nuove fonti energetiche, progressi tecnologici e sistemi di produzione oggi difficili da immaginare potrebbero cambiare nuovamente il quadro. Per questo ciò che rappresenta un grande tema di investimento oggi non è necessariamente destinato a conservarlo per cinquant’anni.
È un principio che vale anche per l’AI e per la demografia: riconoscere l’importanza di una trasformazione strutturale non significa essere in grado di stabilire in anticipo quali strumenti finanziari ne saranno i vincitori.
Il portafoglio deve sopravvivere a futuri che non possiamo prevedere
È qui che il ragionamento torna al tema centrale dell’intera intervista: la diversificazione. Se nessuno può sapere quale combinazione tra innovazione tecnologica, demografia, energia, inflazione, crescita e geopolitica caratterizzerà i prossimi decenni, allora l’obiettivo non può essere costruire un portafoglio basato sulla previsione di un unico futuro.
Per Spada, chi investe deve necessariamente partire da un certo grado di ottimismo: il capitale viene messo a rischio perché si ritiene che l’economia continuerà nel tempo a generare innovazione, nuovi prodotti, servizi e profitti. È questa convinzione che continua a giustificare, soprattutto su orizzonti molto lunghi, una componente azionaria del portafoglio.
Allo stesso tempo, però, il percorso non sarà lineare. Potranno esserci fasi di recessione nelle quali i titoli di Stato torneranno particolarmente interessanti, periodi di inflazione nei quali le materie prime offriranno una protezione maggiore o momenti di forte perdita di valore delle valute nei quali l’oro potrà svolgere una funzione differente.
La conclusione è quindi meno spettacolare della ricerca del “tema del futuro”, ma probabilmente più utile per l’investitore. L’AI può cambiare radicalmente l’economia, la demografia può modificarne gli equilibri ancora più in profondità e l’energia può tornare periodicamente al centro delle crisi, ma nessuna di queste trasformazioni permette di sapere con certezza quale asset vincerà nei prossimi vent’anni.
È proprio questa impossibilità a rendere la diversificazione, nelle parole di Spada, una forma di assicurazione contro «la nostra incapacità strutturale di sapere come evolverà il mondo».




