La competizione tra Stati Uniti e Cina viene spesso raccontata come un duopolio destinato a lasciare l’Europa ai margini. Federico Fubini invita però a guardare con maggiore attenzione alle dimensioni reali dell’economia europea e soprattutto alle relazioni di dipendenza reciproca che legano ancora Bruxelles, Pechino e Washington.
Il punto di partenza è proprio questo: parlare di un mondo economico dominato esclusivamente da Stati Uniti e Cina rischia di restituire un’immagine troppo semplice. In diverse misure, dalla produzione industriale alla dimensione del mercato, l’Europa continua a collocarsi ai vertici dell’economia mondiale, spesso immediatamente dietro una delle due grandi potenze.
Per Fubini, quindi, il problema non è tanto stabilire se l’Europa abbia ancora un peso, quanto capire se sia in grado di utilizzare consapevolmente le leve che possiede.
L’Europa è più importante di quanto spesso racconti a se stessa
«Non è che siamo così da buttare», osserva Fubini, invitando a partire dall’orgoglio per ciò che l’Europa ha costruito. È un passaggio importante perché ribalta una narrazione molto diffusa, quella di un continente destinato inevitabilmente all’irrilevanza mentre Washington e Pechino si contendono il primato economico e tecnologico.
Secondo Fubini, l’Europa dispone ancora di leve significative verso entrambe le superpotenze. Nel rapporto con la Cina, una delle più importanti è la dimensione del mercato europeo: centinaia di milioni di consumatori con un elevato potere d’acquisto rappresentano un accesso particolarmente prezioso per le imprese cinesi.
La questione diventa ancora più rilevante nel momento in cui l’accesso della Cina al mercato americano si restringe. Fubini sottolinea infatti come le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti abbiano registrato forti contrazioni negli ultimi anni e come, di conseguenza, il mercato europeo acquisti un valore ancora maggiore per Pechino.
Il mercato europeo è una leva negoziale verso Pechino
Proprio questa interdipendenza impedisce di descrivere il rapporto tra Europa e Cina esclusivamente in termini di debolezza europea.
La Cina dispone certamente di proprie forme di influenza sull’Europa, ma il rapporto non è unidirezionale. Pechino, spiega Fubini, ha bisogno di mantenere l’accesso a uno degli ultimi grandi mercati avanzati disponibili per le proprie esportazioni; allo stesso tempo, un’Europa economicamente più debole, capace quindi di importare meno prodotti cinesi, non sarebbe nell’interesse della stessa Cina.
Da questa constatazione nasce una prospettiva diversa rispetto alla logica dello scontro permanente. Per Fubini sarebbe necessario aprire con Pechino una «conversazione adulta» per comprendere dove sia possibile costruire un compromesso, riconoscendo apertamente sia le leve cinesi sull’Europa sia quelle europee sulla Cina.
Non significa negare la competizione o le divergenze di interesse, ma accettare che in un’economia profondamente interconnessa il potere deriva anche dalla capacità di utilizzare le proprie dipendenze reciproche come strumenti negoziali.
Anche Stati Uniti e Cina hanno bisogno l’uno dell’altra
Il ragionamento si allarga poi al rapporto diretto tra Washington e Pechino. Fubini osserva come, nell’attuale scenario internazionale discusso nell’intervista, anche gli Stati Uniti possano avere bisogno della collaborazione cinese su dossier geopolitici rilevanti.
Ma un eventuale sostegno di Pechino non arriverebbe gratuitamente. Nella lettura proposta da Fubini, la Cina potrebbe chiedere in cambio concessioni importanti, che potrebbero riguardare Taiwan, l’accesso alle GPU americane più avanzate, l’intelligenza artificiale, l’industria dell’auto elettrica e più in generale gli accordi su investimenti e mercati.
È un esempio che mostra quanto sia difficile separare oggi geopolitica ed economia. Le trattative diplomatiche non riguardano soltanto confini, alleanze o sicurezza, ma sempre più spesso tecnologie, accesso ai mercati, semiconduttori, investimenti e filiere industriali.
Ed è proprio in questo spazio che l’Europa potrebbe ancora avere un ruolo.
La vera questione è saper usare il proprio peso
L’immagine che emerge dall’intervista non è quindi quella di un’Europa priva di strumenti, ma di un continente che deve decidere se e come utilizzare quelli che possiede.
La forza europea deriva in buona parte dalla dimensione del proprio mercato, dalla ricchezza dei suoi consumatori e dalla capacità di offrire accesso a un’area economica che resta fondamentale anche per la Cina.
Non è sufficiente per competere automaticamente alla pari con Stati Uniti e Pechino, ma rappresenta comunque una leva reale.
La domanda diventa allora meno pessimistica e, allo stesso tempo, più politica: non se l’Europa conti ancora, ma se sia capace di trasformare il proprio peso economico in capacità negoziale.
Perché in un mondo dominato dalla competizione tra grandi potenze, anche essere indispensabili come mercato può diventare una forma di potere.




