Avere un reddito elevato non significa necessariamente sentirsi ricchi. È da questa apparente contraddizione che parte il ragionamento di Giulio Centemero, che nell’intervista a FinanceTV richiama il caso di Milano per mostrare come il rapporto tra reddito, patrimonio e costo della vita stia diventando sempre più complesso.
Milano presenta redditi medi più elevati rispetto a molte altre aree del Paese, ma allo stesso tempo concentra costi immobiliari, spese quotidiane e servizi che possono assorbire una parte significativa di quel vantaggio. Centemero richiama in particolare il prezzo delle abitazioni, l’aumento dei costi nelle zone interessate da grandi investimenti immobiliari e persino le conseguenze sul sistema educativo, dove il costo della vita può rendere difficile per un insegnante con stipendio pubblico vivere stabilmente in città.
È da qui che nasce l’espressione dei “finti ricchi”: persone che sulla carta dispongono di redditi elevati, ma che per mantenere lo stesso livello di vita devono sostenere costi molto superiori. Il tema, però, diventa ancora più profondo quando dal reddito si passa al patrimonio e alla possibilità che le condizioni di partenza pesino sempre di più sulle opportunità future.
Quando la domanda non è più “che lavoro fai?”, ma “da che patrimonio parti?”
Il passaggio più netto dell’intervista arriva quando Centemero sintetizza il problema con una provocazione molto semplice: se, conoscendo una persona, la domanda fondamentale smette di essere «che lavoro fai?» e diventa «da che patrimonio parti?», significa che qualcosa nel sistema economico non sta funzionando correttamente.
La questione riguarda il rapporto tra il valore del lavoro e quello degli asset. Se immobili e altre forme di patrimonio, spesso ricevute attraverso la famiglia, crescono più rapidamente della capacità del lavoro di generare reddito, chi parte con un capitale già disponibile acquista un vantaggio crescente rispetto a chi deve costruire la propria posizione esclusivamente attraverso studio e occupazione.
Il patrimonio familiare può incidere sulla possibilità di vivere nelle aree dove si concentrano le opportunità, sostenere i costi dell’istruzione, affrontare periodi di formazione più lunghi o accettare determinate esperienze professionali. Il rischio è quindi che la differenza tra due persone dipenda sempre meno dal percorso costruito nel tempo e sempre di più dalle risorse disponibili prima ancora di iniziarlo.
Centemero definisce questa situazione «non sana» proprio perché, quando il patrimonio si apprezza più velocemente del lavoro, il principio della mobilità sociale tende inevitabilmente a indebolirsi.
Riportare competenze e persone in Italia non basta
Il tema si intreccia con quello della cosiddetta fuga dei cervelli. Centemero precisa che la scelta di trasferirsi all’estero non dipende esclusivamente dal reddito e che le ragioni possono essere molteplici, ma richiama una serie di strumenti fiscali pensati negli anni per attirare o riportare in Italia lavoratori, pensionati, grandi patrimoni e professionisti della gestione finanziaria.
Nell’intervista cita, tra gli altri, il regime degli impatriati, quello rivolto ai grandi patrimoni, le agevolazioni per alcuni pensionati che si trasferiscono nel Mezzogiorno e le norme dedicate all’investment management. Sono strumenti diversi per destinatari e obiettivi, che secondo Centemero possono contribuire ad aumentare l’attrattività del Paese, anche se alcuni vengono ancora utilizzati poco o potrebbero essere rivisti.
Il punto centrale, però, non è semplicemente convincere una persona a trasferire la propria residenza in Italia attraverso un vantaggio fiscale. Per Centemero il passaggio decisivo è creare le condizioni perché il capitale e le competenze che arrivano nel Paese producano effetti sull’economia reale, generando investimenti, attività economica e lavoro.
La questione diventa quindi molto più ampia della fiscalità: attirare persone e capitali può essere utile, ma il vero risultato si misura nella capacità di trasformare quelle risorse in nuove opportunità.
Dal patrimonio all’economia reale
È proprio qui che il ragionamento cambia prospettiva. Se il problema è che il valore del patrimonio cresce più rapidamente di quello del lavoro, una delle possibili risposte consiste nel fare in modo che una parte maggiore di quel patrimonio torni a finanziare l’economia produttiva.
Centemero insiste sulla necessità di indirizzare più risorse verso imprese, mercati finanziari e startup, creando un collegamento tra il denaro accumulato e «l’economia di tutti i giorni», cioè i conti economici delle aziende e gli stipendi delle persone. L’obiettivo, nella sua lettura, è fare in modo che il capitale non rimanga semplicemente una fonte di rendimento per chi già lo possiede, ma contribuisca anche a creare lavoro e remunerare chi assume rischio imprenditoriale.
Nel corso dell’intervista richiama diversi interventi sviluppati negli ultimi anni, dagli strumenti destinati alla finanza per le imprese fino agli incentivi rivolti agli investimenti nell’economia reale e alle PMI. Al di là dei singoli meccanismi, la logica indicata è sempre la stessa: utilizzare il patrimonio disponibile per alimentare un circuito capace di produrre investimenti, occupazione e nuova crescita.
Questo collegamento è particolarmente importante perché consente di ricondurre la questione patrimoniale alla sua dimensione più ampia. Il problema non è che esista ricchezza privata, ma che quella ricchezza rischi di diventare sempre più determinante nel definire le opportunità individuali senza generare contemporaneamente abbastanza nuovo reddito e nuove opportunità per chi parte senza patrimonio.
La sfida è ridare valore al lavoro
Nella parte finale del ragionamento, Centemero porta il tema anche sul terreno culturale. È comprensibile che una famiglia cerchi di acquistare una casa per i propri figli o di costruire un patrimonio da trasmettere, ma allo stesso tempo una parte del risparmio istituzionale e privato può essere utilizzata per sostenere attività capaci di creare occupazione e prospettive per le generazioni future.
L’esempio che propone riguarda anche le risorse destinate alla previdenza: non guardare soltanto al rendimento futuro della propria pensione, ma chiedersi anche dove quel capitale venga investito e se possa contribuire a finanziare imprese e posti di lavoro nel Paese.
È questo il punto che tiene insieme l’intera conversazione. In un’economia nella quale il patrimonio ereditato rischia di contare sempre più del reddito prodotto dal lavoro, la risposta non può limitarsi a redistribuire ciò che è già stato accumulato. Occorre anche ricreare le condizioni perché il lavoro, l’impresa e gli investimenti possano generare nuova ricchezza.
La domanda iniziale resta quindi aperta: quanto conta ancora ciò che una persona riesce a costruire nel corso della propria vita e quanto, invece, dipende ormai da ciò che possiede nel momento in cui quella vita economica comincia?




