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Il dollaro può restare dominante se l’America perde potere?

25-09-2026 18:07

fubini

Mercati, Investimenti e Consulenza, In primo piano,

Il dollaro può restare dominante se l’America perde potere?

La forza di una valuta globale dipende anche dalla capacità del Paese che la emette di garantire commercio, sicurezza e fiducia nel sistema internazionale.

La supremazia del dollaro viene spesso osservata attraverso indicatori economici e finanziari: il debito pubblico americano, i tassi d’interesse, la solidità dei Treasury o il ruolo della valuta statunitense negli scambi internazionali. Nell’intervista a FinanceTV, Federico Fubini propone però una prospettiva diversa e più ampia: per capire quanto possa durare il primato del dollaro bisogna guardare anche alla capacità degli Stati Uniti di continuare a svolgere il ruolo politico e strategico che ha sostenuto quella moneta per decenni.

 

Il ragionamento nasce dalla questione della fiducia. Quando cambia il sistema internazionale, infatti, possono cambiare anche le convinzioni che per lungo tempo sono state considerate quasi permanenti. È in questo contesto che la discussione sul dollaro si intreccia con quella sul potere americano: non perché Fubini preveda un crollo della valuta statunitense, ma perché invita a interrogarsi sulle condizioni che hanno permesso a una moneta nazionale di diventare e restare il principale riferimento del sistema economico globale.


 

La storia della sterlina mostra che moneta e potere viaggiano insieme

Per spiegare il rapporto tra una valuta internazionale e la potenza che la sostiene, Fubini torna all’esperienza britannica. Quando la sterlina rappresentava la moneta di riferimento del sistema internazionale, il suo ruolo non dipendeva soltanto dal gold standard o dalla forza dell’economia britannica: alle spalle esisteva un impero capace di proteggere le rotte commerciali e una flotta militare sufficientemente potente da garantire la circolazione delle merci.

 

La progressiva erosione della forza britannica, l’emergere della potenza tedesca e soprattutto l’enorme aumento dei debiti sostenuti durante la Prima guerra mondiale modificarono questo equilibrio. Per Fubini, il precedente britannico mostra quindi che il primato monetario non può essere separato indefinitamente dalla capacità economica, politica e militare del Paese che lo esercita.

 

Il parallelo con gli Stati Uniti non implica che la storia debba necessariamente ripetersi nello stesso modo. Serve piuttosto a evidenziare un principio: una moneta di riferimento internazionale non vive in un vuoto finanziario, ma all’interno di un sistema di potere che contribuisce a renderla credibile.


 

Il dollaro è legato anche alla capacità americana di garantire mercati aperti

Negli ultimi ottant’anni gli Stati Uniti hanno assunto, secondo il ragionamento sviluppato nell’intervista, una responsabilità implicita fondamentale: contribuire a mantenere aperte le grandi rotte del commercio internazionale e costruire attorno a esse un sistema di sicurezza capace di sostenere mercati globali sempre più integrati.


 È proprio su questo punto che Fubini vede oggi un cambiamento importante. «La posta in gioco […] è anche il dollaro», afferma, precisando immediatamente che questo non significa prevederne il crollo. La questione è piuttosto capire cosa accadrebbe se gli Stati Uniti diventassero progressivamente meno capaci di esercitare quella funzione che per decenni ha accompagnato la centralità della loro valuta.

 

La presenza militare americana nel mondo e la capacità di garantire la sicurezza delle vie commerciali hanno fatto parte dello stesso ordine internazionale nel quale il dollaro si è imposto come valuta dominante. Se questa capacità diventasse meno scontata, anche uno degli elementi che hanno sorretto indirettamente il ruolo della moneta americana potrebbe iniziare a essere messo in discussione.


 

La tecnologia sta cambiando anche il rapporto tra grandi e piccole potenze

Nel ragionamento di Fubini entra quindi un elemento apparentemente lontano dalla finanza: l’evoluzione delle tecnologie militari. La guerra in Ucraina, sostiene, ha accelerato una trasformazione che non riguarda semplicemente la diffusione dei droni, ma la possibilità di effettuare attacchi di precisione a distanza con tecnologie molto meno costose rispetto al passato.

 

La conseguenza è che capacità un tempo riservate quasi esclusivamente alle grandi potenze e alle principali industrie della difesa possono diventare accessibili anche ad attori più piccoli. Questo modifica il rapporto tra costo e capacità militare e, soprattutto, può rendere più difficile garantire la sicurezza di passaggi marittimi strategici.

 

Per Fubini si tratta di una trasformazione rilevante perché la libertà del commercio internazionale non può essere data per acquisita. Se attori relativamente più piccoli possono esercitare una maggiore capacità di interdizione su rotte fondamentali, anche la superiorità delle potenze tradizionali deve confrontarsi con tecnologie che ne riducono alcuni vantaggi storici.

 

È qui che geopolitica e finanza tornano a incontrarsi: se diventa più difficile garantire la libera circolazione delle merci, viene messo sotto pressione anche quell’ordine economico aperto che ha accompagnato la centralità americana e, indirettamente, quella del dollaro.


 

Il problema non è prevedere la fine del dollaro, ma capire cosa ne sostiene il primato

La domanda iniziale sulla sostenibilità del debito americano e sul futuro della valuta statunitense porta quindi a una risposta meno immediata di quanto potrebbe sembrare. Nell’analisi proposta da Fubini, non basta osservare la dimensione del debito o chiedersi quando un’altra valuta potrebbe sostituire il dollaro. Bisogna comprendere quali elementi politici, militari ed economici rendono possibile la sua centralità e chiedersi se quegli stessi elementi continueranno a funzionare come negli ultimi decenni.


 

Da questo punto di vista, la vera questione non è stabilire se il dollaro sia destinato a perdere rapidamente il proprio ruolo, ipotesi che Fubini non sostiene nell’intervista, ma riconoscere che anche la supremazia monetaria dipende dalla capacità di una potenza di sostenere l’ordine internazionale dentro il quale quella moneta viene utilizzata.


 

Se quella capacità dovesse ridursi, il cambiamento potrebbe non manifestarsi attraverso un improvviso collasso del dollaro, ma attraverso una progressiva erosione di uno dei presupposti che ne hanno sostenuto il primato: la fiducia nel fatto che gli Stati Uniti siano ancora in grado di garantire il sistema economico e commerciale sul quale quel primato è stato costruito.


 


 

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