Il declino demografico italiano viene raccontato soprattutto attraverso il calo delle nascite e l'aumento della popolazione anziana. Ma le conseguenze economiche di questa trasformazione sono già visibili in un indicatore meno discusso: la progressiva riduzione delle persone nelle fasce d'età centrali della vita lavorativa.
Meno lavoratori significa una base produttiva più ristretta, ma anche una diversa capacità di generare innovazione, sostenere il sistema previdenziale e finanziare le esigenze di una popolazione sempre più longeva. È una trasformazione che si sviluppa lentamente, ma i cui effetti sono destinati a condizionare l'economia italiana per molti anni.
Nell'intervista a FinanceTV, Guido Ascari, economista e coautore con Riccardo Trezzi di Fotografia di un declino, dedica particolare attenzione al rapporto tra demografia e crescita economica. Nel libro, tre capitoli su dieci affrontano proprio la trasformazione della popolazione italiana, utilizzando dati e confronti internazionali per mostrarne la dimensione strutturale.
La questione non è soltanto come contrastare la denatalità, ma comprendere che cosa accade a un sistema economico quando diminuiscono le persone che lavorano, innovano e contribuiscono al finanziamento del welfare.
Quasi cinque milioni di persone in meno nella fascia più produttiva
Uno dei grafici presentati da Ascari durante l'intervista riguarda la popolazione italiana tra i 25 e i 49 anni, la cosiddetta prime age, considerata una fascia particolarmente importante per la partecipazione al lavoro e la capacità produttiva.
La serie storica mostra una crescita della popolazione in questa fascia fino a circa il 2010, quando raggiunge i 22 milioni di persone. Successivamente, il numero si riduce in maniera marcata, scendendo a circa 17,5 milioni.
Significa una contrazione di quasi cinque milioni di persone rispetto al livello precedente. Un cambiamento che Ascari considera particolarmente significativo perché modifica la composizione della forza lavoro e, con essa, le prospettive economiche del Paese.
Una parte della riduzione dipende dall'uscita dei baby boomer da questa fascia anagrafica, ma il fenomeno non si esaurisce nel normale avanzamento dell'età delle generazioni più numerose. È il risultato di una trasformazione più profonda della struttura demografica.
Ascari sottolinea anche il rapporto tra composizione della popolazione e capacità di innovazione. Le fasce centrali della vita lavorativa svolgono un ruolo importante nella produzione di nuove competenze, nell'introduzione di tecnologie e nel rinnovamento del sistema produttivo.
La riduzione del loro peso demografico può quindi avere conseguenze che vanno oltre la semplice disponibilità numerica di lavoratori.
Per un'economia che già incontra difficoltà nell'aumentare la produttività, il progressivo restringimento della popolazione in età lavorativa rappresenta un ulteriore elemento di pressione. La questione demografica e quella produttiva finiscono così per intrecciarsi, anziché poter essere affrontate come problemi separati.
Dalla piramide al transatlantico: come cambia la popolazione italiana
La contrazione delle fasce più giovani e l'allungamento della vita stanno modificando anche la forma della struttura demografica italiana.
Ascari richiama un'immagine particolarmente efficace: negli anni Sessanta la popolazione aveva la forma di una piramide, caratterizzata da una base ampia di giovani e da un numero progressivamente inferiore di persone nelle età più avanzate.
Oggi quella struttura somiglia maggiormente a un transatlantico, con generazioni numerose nelle fasce adulte e anziane e una base più ristretta. In prospettiva, con l'avanzare dell'età dei baby boomer, la piramide potrebbe assumere una configurazione sostanzialmente rovesciata.
È il risultato di due processi che agiscono contemporaneamente. Da un lato, la riduzione delle nascite limita il ricambio generazionale; dall'altro, la maggiore longevità aumenta la presenza delle persone anziane nella popolazione.
Il confronto internazionale presentato nel libro mostra inoltre come la natalità italiana si collochi su livelli particolarmente bassi rispetto a quelli di un gruppo di economie avanzate.
Questa trasformazione non riguarda soltanto la composizione statistica della popolazione.
Cambia il rapporto numerico tra generazioni, modifica la distribuzione dei bisogni economici e sociali e influisce sul funzionamento delle istituzioni costruite quando la struttura demografica era profondamente diversa.
La questione diventa particolarmente rilevante quando si considera il sistema pensionistico, che dipende direttamente dal rapporto tra popolazione occupata e persone che ricevono una pensione.
Meno lavoratori e più pensionati: il problema del sistema a ripartizione
Il sistema previdenziale italiano è basato su un meccanismo a ripartizione: i contributi versati dai lavoratori attuali finanziano il pagamento delle pensioni correnti.
Ascari ricorda che le riforme hanno modificato le modalità di calcolo delle prestazioni, introducendo meccanismi orientati a una maggiore sostenibilità. Il funzionamento finanziario del sistema resta però fondato sul trasferimento di risorse tra generazioni.
Questo significa che, quando diminuisce la popolazione lavorativa, si restringe anche la base di persone chiamate a sostenere le prestazioni pensionistiche.
Il problema diventa più complesso se, contemporaneamente, aumenta il numero delle persone anziane. La trasformazione della piramide demografica modifica infatti il rapporto tra chi contribuisce al sistema e chi ne beneficia.
Durante l'intervista, Jonathan Figoli introduce un ulteriore elemento: una base contributiva più ridotta sarebbe meno problematica se fosse accompagnata da una crescita significativa della produttività e dei salari. Redditi più elevati potrebbero infatti consentire ai lavoratori di versare maggiori contributi senza subire necessariamente una riduzione proporzionale del proprio benessere.
Ma questa condizione non può essere data per scontata in un'economia caratterizzata da una lunga stagnazione della produttività.
La sostenibilità previdenziale finisce quindi per dipendere da più variabili che si influenzano reciprocamente: dimensione della forza lavoro, livello delle retribuzioni, capacità produttiva dell'economia e struttura per età della popolazione.
Ascari richiama anche il ruolo dell'immigrazione come possibile contributo al mantenimento della base lavorativa. Ma la questione non può essere ridotta alla sola capacità di attrarre nuovi residenti: occorre considerare anche le persone che lasciano il Paese, soprattutto quando appartengono alle generazioni più giovani e qualificate.
Due aerei al giorno: il capitale umano che l'Italia perde
Nella parte conclusiva dell'estratto, Ascari presenta un'immagine tratta dal libro per rendere immediatamente comprensibile la dimensione dell'emigrazione italiana.
Ogni giorno, secondo la rappresentazione utilizzata dagli autori, è come se dall'Italia partissero due Boeing 737 pieni di lavoratori destinati a non rientrare. Uno dei due trasporterebbe giovani con livelli elevati di istruzione.
L'immagine sintetizza un fenomeno che collega direttamente la trasformazione demografica alla capacità produttiva del Paese.
L'Italia non deve confrontarsi soltanto con la riduzione delle nuove generazioni, ma anche con l'uscita di una parte delle persone che ha formato attraverso il proprio sistema educativo.
Quando un giovane qualificato si trasferisce stabilmente all'estero, il Paese perde una risorsa che avrebbe potuto contribuire al mercato del lavoro, alla produzione di reddito, all'innovazione e al finanziamento del sistema previdenziale.
Ascari sottolinea che i dati sulla popolazione italiana in età lavorativa comprendono già la componente immigrata. Il forte ridimensionamento osservato nella fascia tra i 25 e i 49 anni si verifica quindi nonostante il contributo dei flussi migratori in entrata.
È un elemento che rende ancora più evidente la complessità della trasformazione in corso: la denatalità riduce il ricambio generazionale, l'invecchiamento modifica il rapporto tra lavoratori e pensionati e l'emigrazione sottrae ulteriori risorse alle fasce produttive.
Il collegamento tra demografia e declino economico non consiste dunque nell'affermare che la riduzione della popolazione determini automaticamente una minore prosperità. Riguarda piuttosto la capacità del sistema economico di reagire a una trasformazione strutturale attraverso produttività, innovazione e valorizzazione del capitale umano.
La fotografia presentata da Ascari mostra quanto questi fattori siano ormai interdipendenti. Un Paese che perde popolazione nelle età centrali del lavoro deve confrontarsi contemporaneamente con la sostenibilità del welfare, la capacità di trattenere competenze e la necessità di generare maggiore valore attraverso una base produttiva più ristretta.
È per questo che la demografia non può essere considerata una questione separata dalla crescita economica: riguarda direttamente le risorse umane sulle quali si fonda la possibilità dell'Italia di costruire il proprio futuro.




