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L’AI può rilanciare la produttività italiana o aumentare le disuguaglianze?

27-09-2026 22:53

ProfessioneFinanza

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L’AI può rilanciare la produttività italiana o aumentare le disuguaglianze?

L’intelligenza artificiale promette nuova crescita, ma il divario tecnologico europeo e la concentrazione della ricchezza pongono interrogativi sul futuro del l

L’intelligenza artificiale potrebbe rappresentare una delle più importanti trasformazioni economiche dei prossimi decenni. La possibilità di automatizzare attività, accelerare i processi produttivi e sviluppare nuovi servizi apre prospettive significative per la crescita. Ma non è ancora chiaro come questi benefici saranno distribuiti tra imprese, lavoratori e Paesi.

 

Per l’Italia, la questione assume un significato particolare. Un’economia che da anni fatica a far crescere la produttività e i salari si trova davanti a una tecnologia potenzialmente capace di modificare entrambe le variabili. Allo stesso tempo, rischia di affrontare questa trasformazione partendo da una posizione di ritardo rispetto alle economie che guidano l’innovazione.

Nell’intervista a FinanceTV, Guido Ascari, professore di Economia all’Università di Pavia e coautore con Riccardo Trezzi del libro Fotografia di un declino, affronta il rapporto tra intelligenza artificiale, produttività e disuguaglianze.

 

La domanda posta da Jonathan Figoli riguarda proprio questo possibile paradosso: l’AI contribuirà a ricostruire la capacità del lavoro di generare reddito e patrimonio, oppure permetterà a una minoranza di imprese e lavoratori altamente qualificati di aumentare ulteriormente la propria ricchezza?

Ascari invita a distinguere le opportunità della tecnologia dalle previsioni sul suo impatto. Il cambiamento è in corso, ma le sue conseguenze economiche e sociali non sono ancora sufficientemente conosciute per formulare conclusioni definitive.

 

Il ritardo europeo nasce prima dell’intelligenza artificiale

Prima di affrontare le conseguenze dell’AI, Ascari richiama una trasformazione già avvenuta nell’economia mondiale: il progressivo allontanamento dell’Europa dalla frontiera tecnologica.

Per comprenderne la portata propone di confrontare le principali società quotate negli Stati Uniti e in Europa.

 

Negli anni Sessanta e Settanta, tra le imprese di maggiore capitalizzazione comparivano settori tradizionali come banche, utilities e industria automobilistica. Oggi la composizione del mercato americano è profondamente cambiata: i grandi gruppi tecnologici occupano una posizione centrale, mentre nei listini europei mantengono un peso rilevante settori più tradizionali.

 

Non è soltanto una differenza nella composizione degli indici azionari. Per Ascari, è una rappresentazione del diverso percorso seguito dalle due economie.

Gli Stati Uniti hanno sviluppato imprese capaci di collocarsi alla frontiera dell’innovazione, mentre l’Europa non ha prodotto operatori tecnologici di dimensioni comparabili.

 

Questo divario si collega direttamente al tema della produttività italiana: quando un’economia non riesce a innovare allo stesso ritmo delle economie più avanzate, tende progressivamente ad allontanarsi dai settori capaci di generare maggiore valore aggiunto.

L’intelligenza artificiale arriva quindi in un contesto nel quale la distanza tecnologica esiste già. La sua diffusione potrebbe offrire nuove opportunità, ma potrebbe anche accentuare il vantaggio di chi dispone delle competenze, delle infrastrutture e dei capitali necessari per svilupparla.

 

Le grandi rivoluzioni tecnologiche hanno creato nuovi lavori

Ascari evita di interpretare l’intelligenza artificiale esclusivamente come una minaccia per l’occupazione.

 

La sua riflessione parte dalle grandi innovazioni del passato: la macchina a vapore, l’elettricità e Internet hanno trasformato profondamente il funzionamento dell’economia, modificando il lavoro e le abitudini delle persone.

Queste tecnologie hanno sostituito attività e professioni esistenti, ma hanno anche generato nuovi bisogni, nuovi settori economici e nuove opportunità lavorative.

È attraverso questo cambiamento che, nella lettura di Ascari, si è prodotto un miglioramento delle condizioni materiali di vita rispetto alle società del passato.

 

L’intelligenza artificiale potrebbe seguire una traiettoria analoga, diventando una tecnologia di impiego generale, capace di modificare numerose attività economiche contemporaneamente.

L’economista considera quindi l’AI una grande opportunità, pur sottolineando che non è possibile prevedere con precisione quali saranno i suoi effetti complessivi.

Il punto è distinguere la sostituzione di singole mansioni dalla trasformazione dell’intero mercato del lavoro.

 

Il fatto che alcune professioni possano ridimensionarsi non significa necessariamente che diminuirà nella stessa misura la domanda complessiva di lavoro. Nuove tecnologie possono infatti creare attività che oggi non esistono o che non siamo ancora in grado di immaginare.

Non sappiamo però se questa trasformazione sarà sufficientemente rapida, né come si distribuiranno i benefici tra le diverse categorie professionali. Ed è proprio questa incertezza a rendere centrale il tema delle disuguaglianze.

 

Quali professioni rischiano di essere sostituite dall’AI?

Le conseguenze dell’intelligenza artificiale non saranno necessariamente uniformi.

Ascari richiama analisi dedicate all’esposizione delle diverse professioni all’automazione, evidenziando una distinzione importante tra lavoro manuale, attività di cura e professioni maggiormente tecniche.

 

Nella sua interpretazione, le attività manuali e quelle che richiedono assistenza diretta alle persone potrebbero risultare meno facilmente sostituibili rispetto a una parte delle mansioni tecniche.

Questo non significa che ogni lavoro tecnico sia destinato a scomparire, ma che l’intelligenza artificiale può intervenire anche su attività intellettuali che tradizionalmente richiedevano competenze umane.

 

La questione non riguarda quindi soltanto gli operai o i lavori ripetitivi, come avveniva nell’immaginario associato alle precedenti rivoluzioni industriali.

La trasformazione può interessare anche professioni qualificate, modificando il rapporto tra competenze, tecnologia e valore del lavoro.

Ascari sottolinea comunque che l’automazione non esclude la necessità di un contributo umano al controllo e al funzionamento dei sistemi di intelligenza artificiale.

 

Si apre così un interrogativo particolarmente rilevante per un’economia come quella italiana: se la tecnologia consente di aumentare la produzione riducendo il lavoro necessario per alcune attività, quali competenze continueranno a generare reddito e quali nuove opportunità potranno emergere?

La crescita della produttività, da sola, non fornisce ancora una risposta sulla distribuzione del valore prodotto.

 

Il rischio è una ricchezza sempre più concentrata

La possibilità che l’intelligenza artificiale accentui la polarizzazione economica è uno dei rischi riconosciuti da Ascari.

Le grandi società tecnologiche hanno raggiunto dimensioni e capacità di influenza che vanno oltre quelle tradizionalmente associate alle imprese industriali. Operano su scala globale e concentrano risorse finanziarie, competenze e capacità di sviluppo tecnologico.

 

Se i benefici economici dell’AI dovessero concentrarsi prevalentemente in queste imprese e in una quota limitata di lavoratori, l’aumento della produttività non si tradurrebbe necessariamente in un miglioramento altrettanto diffuso dei redditi.

Il problema si estende anche alla capacità degli Stati di intervenire sulla distribuzione della ricchezza.

Ascari osserva che tassare grandi patrimoni e capitali altamente mobili presenta difficoltà significative. Le risorse possono spostarsi tra Paesi, rendendo complesso affrontare il problema esclusivamente attraverso gli strumenti fiscali nazionali.

 

Da qui emerge un secondo interrogativo: come può l’Italia beneficiare della crescita tecnologica se non riesce ad attrarre le imprese e i capitali che la alimentano?

Per Ascari, la capacità di attrarre investimenti rappresenta una questione fondamentale. Il sistema economico italiano presenta ostacoli legati, tra gli altri, alla burocrazia e al funzionamento della giustizia, che ne riducono l’attrattività.

 

Il problema riguarda anche l’Europa, dove l’assenza di un mercato unico dei capitali limita la possibilità di offrire un sistema finanziario pienamente integrato, capace di sostenere gli investimenti e valorizzare il ruolo internazionale dell’euro.

La questione tecnologica torna così a collegarsi al tema centrale del declino economico italiano.

Non basta che una nuova tecnologia aumenti la produttività a livello globale. Occorre comprendere dove verrà sviluppata, quali economie riusciranno ad attrarne i capitali e in che misura i benefici raggiungeranno imprese e lavoratori.

 

L’intelligenza artificiale potrebbe creare nuove attività e opportunità, ma non esiste una garanzia che queste si distribuiscano automaticamente tra i Paesi o all’interno delle società.

La sfida per l’Italia, nella prospettiva delineata da Ascari, è quindi più ampia della semplice adozione di nuovi strumenti: riguarda la capacità del sistema economico di partecipare all’innovazione anziché allontanarsi ulteriormente dalla frontiera tecnologica.

Perché una rivoluzione capace di aumentare la produttività mondiale potrebbe anche ampliare le distanze tra chi produce la tecnologia, chi riesce a utilizzarla e chi rimane escluso dai suoi benefici.

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