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Economia, mercati e grandi cambiamenti raccontati attraverso le persone che li conoscono.

La longevità è una conquista. Ma chi sosterrà gli anziani di domani?

28-09-2026 13:24

ProfessioneFinanza

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La longevità è una conquista. Ma chi sosterrà gli anziani di domani?

Famiglie più piccole, anziani più soli e nuovi bisogni di assistenza: il Rapporto Censis racconta le sfide del welfare di domani.

Vivere più a lungo è una delle grandi conquiste della nostra epoca. Ma la longevità non significa soltanto aggiungere anni alla vita: significa cambiare il modo in cui invecchiamo, il rapporto con la famiglia e le condizioni necessarie per mantenere la propria autonomia.

 

L’Italia è tra i Paesi più longevi d’Europa, ma questa trasformazione porta con sé una contraddizione. Gli anziani tendono a riconoscersi come tali sempre più tardi, mentre aumentano le fragilità e il bisogno di assistenza nella vita quotidiana.

 

Il nuovo Rapporto Censis sulla longevità fotografa un Paese nel quale la popolazione anziana cresce, le famiglie si restringono e il sistema di cura continua a dipendere in larga misura dal sostegno dei parenti.

 

Nell’intervista a FinanceTV, Chiara Ryan, ricercatrice dell’Area Consumi, Mercati e Welfare del Censis, approfondisce queste trasformazioni e le loro conseguenze per il futuro del welfare italiano.

La questione non riguarda soltanto quanti anni vivremo, ma come organizzeremo una società capace di accompagnare una vita sempre più lunga.

 

La vecchiaia non comincia più a 65 anni, ma quando perdiamo l’autonomia

Il primo cambiamento riguarda il modo stesso in cui percepiamo l’invecchiamento.

Secondo il Rapporto Censis, per quasi sette anziani su dieci la soglia della vecchiaia non coincide con un’età anagrafica, ma con la perdita dell’autosufficienza.

 

I 65 anni non rappresentano quindi necessariamente l’ingresso in una fase della vita caratterizzata da dipendenza e inattività. Molte persone continuano a partecipare alla vita economica e sociale, mantenendo un ruolo attivo anche in età avanzata.

 

Ryan richiama proprio il concetto di longevità attiva, nel quale la dimensione relazionale assume un’importanza fondamentale.

Ma accanto a questa evoluzione positiva emerge un’altra realtà: quella delle persone che, pur non essendo completamente non autosufficienti, iniziano ad avere bisogno di aiuto nelle piccole attività quotidiane.

 

È una condizione intermedia che non può essere affrontata soltanto attraverso le tradizionali strutture assistenziali.

La sfida diventa quindi preservare il più a lungo possibile l’autonomia, riconoscendo che il bisogno di supporto può manifestarsi molto prima della perdita completa dell’autosufficienza.

 

Il welfare italiano dipende da una famiglia che si sta restringendo

Il dato che evidenzia maggiormente la fragilità del sistema riguarda le persone sulle quali gli anziani possono contare quando hanno bisogno di aiuto.

 

Il 52,7% indica i figli e quasi la metà fa affidamento sul partner. Soltanto l’1,9% segnala invece il ricorso a infermieri o assistenti domiciliari delle strutture pubbliche.

La famiglia continua quindi a rappresentare il principale riferimento per l’assistenza, ma la struttura demografica del Paese sta cambiando profondamente.

Ryan richiama due numeri che rendono evidente la portata della trasformazione: tra il 1951 e il 2025 le persone fino a 17 anni sono diminuite del 38,8%, mentre quelle con almeno 65 anni sono aumentate del 248,6%.

 

La conseguenza è una crescente sproporzione tra chi potrebbe avere bisogno di sostegno e il numero di familiari disponibili a offrirlo.

Questo cambiamento interessa anche le generazioni intermedie, sempre più spesso chiamate a occuparsi contemporaneamente dei figli e dei genitori anziani.

Non si può però immaginare che il sistema continui a reggersi esclusivamente su figli, partner e parenti.

 

Come sottolinea Ryan, neppure il ricorso generalizzato a un assistente familiare o alle strutture residenziali rappresenta una soluzione accessibile a tutti. Nel primo caso esistono limiti economici; nel secondo, vincoli legati alla disponibilità di posti e alle risorse necessarie.

La trasformazione demografica richiede quindi di ripensare il sistema di cura, senza considerare la famiglia una risorsa inesauribile.

 

La solitudine è una delle grandi sfide della longevità

La fragilità degli anziani non riguarda esclusivamente la salute.

Quasi un anziano su tre vive solo e, tra gli over 85, la quota arriva a circa uno su due. Inoltre, oltre il 62% dichiara di sperimentare almeno occasionalmente la solitudine.

Numeri che pongono una questione più ampia rispetto alla semplice disponibilità di assistenza sanitaria.

 

Una persona può essere autosufficiente e avere comunque bisogno di relazioni, occasioni di incontro e piccoli aiuti per affrontare la quotidianità.

Il Rapporto Censis evidenzia infatti che oltre il 90% degli intervistati considera la dimensione relazionale un pilastro fondamentale per vivere bene la longevità.

 

Ryan richiama l’importanza di intervenire proprio in quella zona intermedia nella quale emergono piccole fragilità: fare la spesa, utilizzare strumenti digitali o gestire alcune attività domestiche.

Sono esigenze che, se affrontate tempestivamente, possono contribuire a mantenere più a lungo l’autonomia e la partecipazione alla vita sociale.

Questo significa ripensare anche le città e gli spazi abitativi, creando condizioni che permettano agli anziani di continuare a vivere nel proprio ambiente senza perdere le opportunità di relazione.

 

Telemedicina, abitazioni e servizi di prossimità: come costruire il welfare di domani

La tecnologia può rappresentare una parte importante della risposta, ma non può sostituire la dimensione umana dell’assistenza.

Ryan osserva che il rapporto tra anziani e strumenti digitali è cambiato rispetto al passato. Le nuove tecnologie possono sostenere la vita quotidiana, favorire il monitoraggio delle condizioni di salute e rendere più accessibili alcuni servizi.

 

Tra le soluzioni richiamate nell’intervista figurano i dispositivi per il controllo dei parametri vitali nelle abitazioni, la telemedicina, il senior housing e la sanità di prossimità.

Un ruolo significativo è attribuito anche alle farmacie dei servizi, considerate presidi sociosanitari accessibili sul territorio.

 

L’obiettivo non è trasferire progressivamente tutta la popolazione anziana nelle strutture assistenziali, ma costruire un sistema capace di accompagnare le persone nelle proprie abitazioni e comunità, anche quando iniziano a manifestarsi difficoltà.

 

La dimensione del fenomeno rende questa trasformazione particolarmente urgente: secondo le proiezioni richiamate da Ryan, nel 2050 più di un italiano su tre avrà almeno 65 anni.

Occorrono quindi soluzioni economicamente e socialmente accessibili, capaci di rispondere a bisogni che riguarderanno una parte sempre più ampia della popolazione.

La longevità impone di superare una visione della vecchiaia centrata esclusivamente sulla malattia o sulla non autosufficienza.

 

Il cambiamento riguarda la possibilità di vivere bene anche quando emergono le prime fragilità, grazie a servizi territoriali, tecnologie appropriate, abitazioni adatte e opportunità di relazione.

Perché una società davvero preparata alla longevità non è soltanto quella in cui le persone vivono più a lungo, ma quella che permette loro di restare autonome, attive e parte della comunità il più a lungo possibile.

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