Categorie
Mondo consulenti

Consulente, non è un lavoro per
giovani: under 30 solo l’1,9%

Solo la formazione può garantire un futuro alle figure junior e salvare la categoria

Il ricambio generazionale stenta a prendere piede nella categoria dei consulenti finanziari. L’ultima rilevazione dell’Ocf (l’Organismo di vigilanza e tenuta dell’albo unico dei consulenti finanziari) relativa al consuntivo 2017 segnala che su 36.023 attivi (cioè con mandato), gli under 30 si fermavano all’1,9% del totale. Contro il 33,9% della fascia 40-49 anni e il 47,5% di quella 50-65 anni, la più numerosa. E così, aumenta il differenziale tra consulente senior e junior, che in ogni caso per motivi anagrafici rappresentano il futuro della categoria.

Differenze destinate ad ampliarsi alla luce della crescente concorrenza sul lato dell’offerta e dell’introduzione della MiFID 2, direttiva europea che aumenta la trasparenza sui costi limando i margini del settore. Anche se in pochi lo ammettono, diverse società stanno stringendo la cinghia anche sul versante del personale. Scoraggiando la continuazione dell’attività per coloro che hanno in gestione masse limitate. “È una professione che ormai richiede una certa massa critica per essere profittevole – ha detto a Repubblica Daniele Funaro, partner nella practice FinancialServices di Bain in Italia – Quindi non meno di 10 milioni di euro di raccolta nel risparmio gestito in generale e 25-30 milioni nel segmento del private banking”.

Barriere che possono risultare insormontabili per i più giovani. Nelle scorse settimane l’Anasf ha realizzato un’indagine su un campione di 600 soci per individuare le leve necessarie ad attrarre nuove leve nella professione. Il 48% degli intervistati ha indicato come prioritario il lancio di corsi di laurea ad hoc. Un risultato chiaro e che ci trova d’accordo. Perché la formazione, come piace sottolineare anche a ProfessioneFinanza con la propria attività, può essere la leva migliore per colmare il gap generazionale. E garantire un domani alla consulenza.