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Economia e Dintorni

Economia e Big Data: come i dati aiutano le aziende ad essere competitive

I Big Data sono la benzina dell’economia e dello sviluppo scientifico, per questo è necessario garantirne l’accesso a quanti più soggetti possibili in quanto l’abbondanza di informazioni può rappresentare un vantaggio competitivo per le imprese. Spesso accade che le aziende più abili a selezionare i dati chiave abbiano una marcia in più nel riuscire a comprendere meglio il proprio target, attuare una comunicazione personalizzata e coinvolgere maggiormente il consumatore con una strategia mirata.

Lasciare che i dati siano appannaggio esclusivo, ad esempio, delle grandi multinazionali finirebbe per conceder loro un’ulteriore, decisiva fonte di vantaggio competitivo in ambito economico e tecnologico. Bisogna, quindi, saper gestire questa ingente mole di patrimonio informativo.

Cos’è la Data economy: l’economia dei dati che aiuta e favorisce la crescita delle imprese

La Data economy è un’economia dei dati reale basata sulla capacità delle imprese di gestire il volume crescente di informazioni digitali. Secondo il Parlamento Europeo, la Data economy conta per l’1,9% del PIL europeo (1,6% di quello italiano), incidenza che si stima possa ancora crescere negli anni a venire. All’interno di questo scenario, il dato si pone come una risorsa fondamentale per offrire agli attori economici l’accesso a una vasta gamma di prodotti e servizi nel settore pubblico e privato. In altre parole, la Data economy garantisce significativi ritorni in termini di economia di scala e di scopo.

Nell’era dell’ICT (Information & Communication Technology), piattaforme e sistemi innovativi come il Cloud Computing, l’Internet of Things (IoT), la Blockchain, l’Artificial Intelligence (AI), l’Augmented Reality e la Virtual Reality o la stampa 3D costituiscono i nuovi strumenti dell’economia dei dati (anche detta Data o Digital economy). Il pacchetto tecnologico dell’Industria 4.0, infatti, è strettamente correlato al binomio (ormai indissolubile) tra Big Data e Analytics.

La Business Intelligence (BI), infatti, aiuta le imprese a rendere comprensibili l’ingente quantità di dati per trasformarli in azioni strategiche a supporto del loro business; ciò fa sì che le aziende, guidate dai dati (la cosiddetta Data Driven Economy), sono quelle che sanno gestire al meglio produzione e sviluppo per potenziare il loro posizionamento sul mercato e accrescere i loro fatturati.

Quanto vale la Data economy per l’economia delle imprese italiane

Solo in Italia nel 2019 il mercato delle informazioni digitali è salito del 26%, raggiungendo un valore di circa 1,39 miliardi di euro – secondo i dati trasmessi dall’Osservatorio Big Data Analytics & Business Intelligence del Politecnico di Milano. Inoltre, secondo quanto attesta un’ulteriore indagine condotta dall’università IULM di Milano, questo trend crescente non è rimasto inosservato dagli imprenditori del territorio che (nel 96% dei casi) hanno affermato di credere nei Big Data come un’opportunità di business da sviluppare nel prossimo futuro. Da ciò si comprende come il valore dei dati, da applicare all’economia, sia destinato a crescere ulteriormente.

A tal proposito, infatti, le imprese che in passato hanno saputo intuire le potenzialità dei dati, facendo investimenti sulla loro raccolta, analisi ed interpretazione, oggi ne raccolgono i frutti. I dati dell’Osservatorio del Politecnico di Milano hanno evidenziato come le suddette imprese nel tempo abbiano raggiunto un miglior engagement con i clienti nel 100% dei casi, grazie al miglior delineamento dei caratteri chiave dei target; questo ha innescato un circolo virtuoso che ha portato ad un aumento delle vendite, ad una sempre più precisa identificazione di nuovi prodotti e servizi e ad un’ottimizzazione dell’offerta con una riduzione dei costi, che si è tradotto in un aumento del margine del 67%.

L’economia dei dati: quanto il Covid-19 ha influito sugli investimenti delle imprese italiane nella Data economy

È evidente, quindi, come il dato rappresenti una risorsa fondamentale le imprese e di come la Data economy possa assicurare interessanti ritorni, dato che si tratta di un’economia di scala e di scopo. Il problema è che attualmente queste potenzialità non vengono sfruttate ancora a sufficienza (se non dalle Big Tech). Soprattutto in Italia, poi, con il calo degli investimenti legato alla crisi Covid, il gap rischia di allargarsi.

Secondo l’Osservatorio Big Data & Business Analytics del Politecnico di Milano, la crisi generata dal Covid-19 ha allargato il divario fra le aziende mature, capaci di accelerare la propria strategia Data Driven, e quelle più tradizionali che hanno interrotto gli investimenti di fronte alla crisi di liquidità che ha colpito molti settori durante la pandemia. Il risultato è stato un rallentamento della crescita del mercato Analytics che, nel 2020 in Italia, aveva raggiunto un 1,815 miliardi di euro, mostrando un debole +6% rispetto all’anno precedente (dopo il +23% registrato nel 2018 e il +26% nel 2019).

Tuttavia, nonostante questa decelerazione, il 96% delle grandi imprese prosegue a compiere attività per migliorare la raccolta e la valorizzazione dei dati e il 42% si è mosso, in termini di sperimentazioni e competenze, in ambito Advanced Analytics. Tra le piccole e medie imprese, invece, il 62% ha in corso qualche attività di analisi dati, di cui il 38% avanzate e una su due ha compiuto degli investimenti in quest’ambito nell’ultimo anno, ma si tratta di cifre ancora molto limitate a supporto di un approccio a silos nella gestione dei dati.

Economia digitale e Big Data: criticità e nuove sfide dell’economia dei dati

Nell’attuale scenario della Data economy, dove lo sviluppo tecnologico e la trasformazione digitale basata sui Big Data generano nuove concentrazioni di potere economico, non bisogna dimenticare le criticità insite in un’economia digitale fondata sulla raccolta e l’analisi di una quantità sempre più nutrita di dati.

Proprio lo sfruttamento e l’elaborazione dei Big Data è stata al centro di un’indagine conoscitiva svolta da AGCM, AGCOM e Garante per la protezione dei dati personali (GDPR) pubblicata nel febbraio 2020. Nel quadro delineato si evidenziavano le criticità e le nuove sfide dell’economia digitale, quali:

  • La centralità del dato, anche come bene economico, e l’importanza contestuale della sua tutela come diritto fondamentale della persona.
  • L’impatto della profilazione algoritmica e delle piattaforme online sul grado di concorrenza in vecchi e nuovi mercati.
  • L’effetto del Programmatic Advertising sulla qualità dell’informazione e sulle modalità di diffusione e acquisizione della stessa.
  • La tutela e la promozione del pluralismo online in un contesto informativo esposto a strategie di disinformazione e Hate Speech.
  • La necessità di garantire trasparenza e scelte effettive del consumatore.
  • La protezione del dato personale anche in ambiti non attualmente coperti dal GDPR.
  • La definizione di politiche di educazione in relazione all’uso del dato.

Un altro aspetto da non sottovalutare riguarda il fatto che la disponibilità in capo ai grandi operatori digitali di enormi volumi e varietà di dati e della capacità di analizzarli ed elaborarli, ha dato luogo a forme di sfruttamento economico del dato e alla sua valorizzazione per diverse finalità come dar luogo a potenziali illeciti antitrust o alterare i profili concorrenziali a discapito dei consumatori finali.

Vengono, infatti, messi in luce alcuni aspetti critici come l’impiego degli algoritmi di prezzo (pricing) – una procedura automatizzata usata per determinare i prezzi di vendita ottimali per prodotti e servizi, sulla base delle condizioni di mercato e adeguarli in “tempo reale” alle variazioni di queste ultime – attraverso i quali è possibile acquisire i prezzi applicati dalle imprese concorrenti tramite sistemi di monitoraggio di larga scala e, sulla base di questi, ricalcolare e aggiornare costantemente i prezzi.

Economia dei dati e imprese italiane: quali possono essere i vantaggi per la crescita economica del nostro Paese?

Secondo uno studio presentato da Ernst & Young, in Italia l’Economia dei dati potrebbe generare un valore vicino al 2,8% del PIL nazionale (pari a circa 50 miliardi di euro), ma bisogna saperli valorizzare perché, se in Europa si generano fino a 1 Zettabyte di dati (un valore di 1000 elevato alla settima potenza) all’anno, il nostro Paese contribuisce per il 20% e ne sfrutta solo il 10%.

Nonostante il lockdown e il massiccio passaggio allo smartworking abbiano hanno dato avvio e accelerato il processo di recupero e raccolta di dati in Italia da parte delle imprese, è evidente come sia ancora necessario un processo di maturazione per poter penetrare concretamente nel tessuto economico del nostro Paese. L’obiettivo a lungo termine, suggerito anche per il Recovery Plan, sarà quello di omogeneizzare la diffusione dell’Economia dei dati, allargandola a quanti più soggetti possibile.