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Il caso della settimana

Economia USA: Crisi o recessione?

The US economy may not be in recession, but this is the nearest thing….A recession is usually defined as two consecutive quarters of shrinking output. It has not happened yet, but it very well might in the next few quarters. Even if it does not, that would be little consolation.
Queste le previsioni di molti analisti americani, che sono chiamati a dare il loro parere in merito allo stato di salute della “locomotiva americana”.
Le prospettive sulla crescita dei consumi per la seconda parte dell’anno a livello globale sono veramente preoccupanti, nonostante i recenti stimoli fiscali che hanno dato solo un breve sollievo all’economia statunitense, tanto che gli analisti ritengono che gli effetti benefici di breve periodo verranno completamente annullati nel prossimo autunno.
I prezzi dei beni di consumo primari negli Stati Uniti rimangono ancora molto alti,  in quanto strettamente legati sia all’andamento del prezzo del greggio e alla sua speculazione ancora  in atto, sia al fenomeno “bio carburanti”, che ha fortemente incrementato il costo della materia prima di molti beni di consumo primario.

Inoltre la crisi dei mutui subprime non ha ancora toccato il fondo, come amano sottolineare i giornali finanziari specialistici- the housing market that has not yet touched bottom-  e le previsioni riferiscono di una ulteriore caduta.
Tutto cio’ contrae la liquidità sul mercato americano e conseguentemente ne contrae i consumi.
La conseguenza negativa è un forte incremento dell’inflazione e l’economia americana fatica a riprendere,  trascinando dietro di se le economie europee, anche se il mercato del Credito nel Vecchio Continente è piu’ solido e in generale l’economia globale, che si vede strozzata dall’aumento dei prezzi.
I mercati oggi come oggi infatti sono tutti interdipendenti e strettamente collegati tra loro, in particolare bisogna sottolineare pero’, che molte economie sono ancora legate in modo univoco all’andamento economico degli USA.
Inoltre le emergenti economie asiatiche non essendo ancora un mercato abbastanza forte per sostituirsi come consumatori a quello americano, non sono state in grado, per diverse ragioni, di attutire la crisi economica negli usa, che affonda le proprie radici in scelte strategiche passate.
Questa situazione ha portato molte aziende americane  a limitare la produzione  o esternalizzarla   alimentando il tasso di disoccupazione negli Stati uniti ed in generale in tutti i paesi occidentali.
Lo stesso è  previsto in crescita al 6% entro fine anno negli Stati Uniti, mentre nel nostro paese, nel medesimo periodo,  è previsto in crescita al 7.8% come sottolineato dal ministero del lavoro.
Inoltre causa l’aumento dell’inflazione si assiste ad una restrizione dei salari che portano a ridurre moltissimo anche tutte le attività di investimento-risparmio, diminuendo ulteriormente cosi’ la liquidità sui mercati finanziari.

A fronte di cio’ anche i mercati finanziari sono ovviamente in subbuglio, nonostante la Federal Reserve abbia già tagliato drasticamente il tasso ufficiale di sconto e lo voglia tenere a livelli molto bassi ed abbia promesso di mantenere sotto controllo l’inflazione come anche farà la stessa BCE.
Purtroppo le scelte di politica economica non riescono ad incidere molto sull’andamento dell’economia globale e questo – spiega Kenneth Rogoff  professor of economics at Harvard University – deve portare a ri-esaminare le metodologia di analisi che sottostanno le scelte strategiche implementate a livello economico.
Secondo lo stesso autore, non vi è dubbio che la corsa sfrenata dell’economia globale, con l’inserimento della Cina e dell’India come paesi produttori, sia stata una delle cause che ha portato alla attuale situazione di difficoltà  e al naturale rallentamento dell’economia, ma questo rallentamento è dovuto, sempre secondo lo stesso autore, ad una mancanza eccessiva di liquidità determinata dalla crisi dei mutui USA.
L’autore infatti sottolinea come il sistema non abbia  vigilato o non abbia avuto i mezzi per poterlo fare in merito alla concessione dei mutui da parte del settore creditizio e questo ha portato molti consumatori a non essere in grado di soddisfare i propri debiti.
Meno liquidità disponibile significa meno ricchezza, non solo per gli investimenti ma anche per i pagamenti, quindi molte potenziali insolvenze, che ovviamente incidono sui ratings di molte società  che si traducono quindi in ulteriori restrizioni del credito, potenziali fallimenti,  svalutazione delle obbligazioni e  dei derivati emessi dalle società stesse.
A questo punto  il medesimo autore ci invita a riflettere su come sia fondamentale consolidare  e ristrutturare il sistema economico e finanziario, che si affretta a sottolineare, sia anche potenzialmente sull’orlo del baratro a causa di un’immensa mole di derivati emessi in dollari dalle aziende statunitensi presso le isole Cayman, su cui non esiste praticamente controllo da parte delle autorità.
A tale proposito,  la stessa FED pochi giorni fa ha deciso di intervenire dopo settembre con un regolamento specifico sui mutui in modo da restringere la concessione di prestiti negli USA rafforzando almeno in parte in sistema.
Sempre secondo  Kenneth Rogoff serviranno  almeno tre anni per ri-bilanciare il sistema,  tempi tecnici di ripresa della stessa economia globale.
A ribadire l’analisi di  Rogoff  in una recente intervista Jean-Claude Trichet spiega: Il tasso di inflazione nell’Eurozona si muove a livelli «non coerenti» con il target di stabilità dei prezzi fissato dalla Bce (che è del 2% circa) e «resterà a questi livelli elevati per un periodo prolungato».
A luglio i prezzi nei Quindici sono aumentati del 4,1%, il tasso più alto da circa 16 anni.
Entrambi confermano percio’ le previsioni di una ripresa economica molto lontana nei tempi e soprattutto legata al risanamento e innovazione del sistema economico finanziario a livello globale.