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L’economia dei 100 trilioni

100 trilioni di dollari. E’questa,  seconda la stima dell’ultimo report del Centre for Economics and Business Research, la dimensione che raggiungerà il Pil mondiale nel 2022, con due anni di anticipo rispetto alle previsioni. La crescita dell’economia mondiale sarebbe sostenuta dalla fase di ripresa post pandemica, caratterizzata dalla capacità di mettere in atto meccanismi di risposta efficaci alla crisi, che necessitano tuttavia di un maggior e miglior coordinamento. L’insorgere della pandemia di COVID-19 ha infatti  messo in luce la vulnerabilità dell’Europa ma anche il suo potenziale di resilienza e di cambiamento. L’inflazione resta tuttavia una minaccia concreta: l’obiettivo delle Banche centrali è quello di evitare che l’economia rallenti e scongiurare il rischio di far scivolare le economie mondiali in una fase recessiva nei prossimi anni.

La previsione del CEBR si pone in linea con le ultime proiezioni del FMI che stima che l’economia globale possa raggiungere quasi 104 trilioni di dollari di valore nominale entro fine 2022.  Nel complesso le proiezioni economiche globali vengono riviste al ribasso e riflettono il contesto internazionale: i recenti conflitti in Ucraina, le strozzature della catena di approvvigionamento, il lockdown pandemico, la corsa dell’inflazione e il rallentamento in Cina.  Se inizialmente si prevedeva che la crescita annuale del PIL globale per il 2022 fosse del 4,4%, la stima è stata successivamente adeguata al 3,6%. Ricordiamo che il PIL – prodotto interno lordo –  è un indicatore ampio dell’attività economica all’interno di un paese e misura il valore totale della produzione economica – beni e servizi – prodotta in un determinato arco di tempo sia dal settore privato che da  quello pubblico. Il Fondo Monetario lancia l’allarme: il mondo potrebbe essere sull’orlo di una recessione, solo due anni dopo l’ultima frenata. I rischi  sono “particolarmente accentuati per il 2023”.

Le economie più grandi  del mondo: Stati Uniti e Germania al primo posto

Gli Stati Uniti sono ancora il leader economico mondiale, con un PIL di 25,3 trilioni di dollari, che rappresentano quasi un quarto dell’economia globale. La Cina segue con 19,9 trilioni di dollari.  Il capofila in Europa è la Germania con 4,3 trilioni di dollari, seguito a ruota dal Regno Unito, al secondo posto. Un cambiamento significativo rispetto agli ultimi dati riportati è che il Brasile ora entra nella top 10, dopo aver superato la Corea del Sud. La Russia si posiziona appena fuori, all’11° posto, con un PIL di 1,8 trilioni di dollari. Sebbene la crescita del PIL cinese sia rallentata negli ultimi anni, le proiezioni indicano ancora che il Paese supererà gli Stati Uniti entro il 2030, detronizzando il leader economico mondiale. Un’altra regione che dovrebbe registrare una crescita nel prossimo futuro è il Medio Oriente, insieme al Nord Africa, grazie all’aumento dei prezzi del petrolio: Iraq e Arabia Saudita in particolare stanno guidando questa scalata. La crescita del PIL regionale nell’area dovrebbe essere di circa il 5% nel 2022. Puoi vedere i grafici dettagliati sul sito Visual Capitalist.

Gli scenari economici. Verso una nuova geopolitica mondiale?

I dettagli del rapporto CEBR meritano un’attenzione particolare. Un dato su tutti: il PIL degli Stati Uniti è maggiore del PIL combinato di oltre 150 paesi. Ed ancora: Stati Uniti, Cina, Giappone e Germania insieme, rappresentano oltre la metà del PIL mondiale. Da quanto emerge dal report, il fulcro gravitazionale dell’economia mondiale si sta spostando, con buona evidenza, verso l’Asia. Il PIL di Cina, Giappone, India e Corea ammonta a oltre 26 trilioni di dollari nel 2021 e mentre la Cina supererà gli Stati Uniti, posizionandosi in vetta alla classifica nel 2030, l’India sorpasserà la Germania entro il 2031 diventando la terza economia più grande del mondo con un PIL di oltre 6,8 trilioni di dollari. Il ritorno di Cina e India ai vertici della classifica segnerà un importante cambiamento nell’equilibrio geopolitico mondiale, riportando di nuovo nelle mani dei due Paesi la fetta più grossa della torta dell’economia globale. La storia insegna e ricorda che nel XVIII secolo, prima che la ricchezza e le risorse dell’India (e quelle della Cina) venissero saccheggiate dalle potenze coloniali, i due paesi detenevano quote considerevoli  nel commercio globale. Il colonialismo, caratterizzato dall’intervento politico e militare delle potenze occidentali, Gran Bretagna in testa, portò infatti all’assoggettamento dei grandi imperi asiatici con conseguenze profonde per le loro economie e strutture sociali.

Minaccia di inflazione e stagflazione. La politica monetaria delle Banche centrali

“La questione importante per gli anni 2020 è come le economie mondiali affrontano l’inflazione”, ha affermato Douglas McWilliams, vicepresidente del CEBR. “Speriamo che un adeguamento relativamente modesto del timone riesca a tenere sotto controllo gli elementi non transitori. In caso contrario, il mondo dovrà prepararsi a una recessione nel 2023 o nel 2024″. Nel prossimo decennio i mercati finanziari sono destinati a registrare rendimenti deboli e l’inflazione rappresenterà il principale ostacolo da affrontare. Gli effetti dell’inflazione sono già visibili e toccano più ambiti: dalle tariffe dei trasporti, ai prezzi dei metalli e dei generi alimentari, dai costi di produzione sino,  potenzialmente, ai salari. Organizzazioni come la Banca Mondiale affermano che i rischi di stagflazione sono in aumento. La stagflazione, che non si verificava dagli anni ’70, è definita come un’economia che sta vivendo una progressiva crescita inflazionistica, contestualmente ad una produzione economica stagnante.  Attualmente, l’inflazione al consumo globale si attesta al 7%. Le merci quotidiane stanno diventando sempre più difficili da acquistare e i tassi di interesse sono in aumento mentre le banche centrali di tutto il mondo cercano di controllare la situazione. L’accelerazione della stretta monetaria e la politica del rialzo dei tassi di interesse, rappresentano gli strumenti preferiti di tutte le banche centrali per contrastare l’impennata inflazionistica, alimentata anche dalle tribolate vicende internazionali. Tutte tranne una: la Banca centrale della Repubblica di Turchia, unica voce fuori  dal coro. Nonostante in Turchia l’indice dei prezzi al consumo abbia registrato un balzo dell’80% rispetto allo scorso anno, il presidente Erdogan ha ordinato alla Banca di mantenere invariato il tasso di interesse, che si attesta attualmente al 14%, ben al di sotto del livello dell’inflazione. Il presidente della Turchia Erdogan, portavoce di una politica monetaria inusuale, ha affermato che il Paese non farà affidamento sull’aumento dei tassi di interesse per combattere l’inflazione, indicando che alcune delle politiche lanciate la scorsa settimana hanno stabilizzato l’inflazione in meno di un giorno. Il governo sposterà la sua attenzione sulla crescita economica, focalizzando gli sforzi su investimenti, occupazione, produzione, esportazioni e un surplus delle partite correnti. Secondo la Banca centrale della Repubblica di Turchia “il calo dell’inflazione ci sarà quando verrà ristabilito un ambiente di pace nel mondo e spariranno gli effetti di base dell’aumento dei prezzi”.

E in Italia? L’economia tiene ma a fatica.

Rispetto al +2,3% previsto in aprile. In un quadro difficile dai dati del Fmi, l’Italia emerge come l’unico Paese fra quelli del G7 per il quale il Pil del 2022 viene rivisto al rialzo grazie al trend positivo registrato nel settore turistico e ai dati positivi dell’attività industriale, principali fattori cui ricondurre una certa accelerazione nel nostro paese nel 2022. Dal punto di vista politico è aumentata l’incertezza ed il Governo che uscirà vincente dal voto di settembre, sarà chiamato ad affrontare le numerose riforme necessarie al paese e a rispettare  i programmi in agenda nell’ambito del piano europeo. Ma “con l’aumento dei prezzi che si fa sentire sugli standard di vita, ridurre l’inflazione deve essere la priorità. Una stretta della politica monetaria avrà inevitabilmente costi economici reali ma ritardare” un’azione avrebbe come conseguenza solo quella di “esacerbarli”, sostiene il Fondo Monetario Internazionale, prevedendo un’inflazione al 6,6% quest’anno nelle economie avanzate e al 9,5% in quelle emergenti e in via di sviluppo. Le stime sui prezzi sono state riviste al rialzo e il FMI prevede che i prezzi resteranno elevati più a lungo di quanto inizialmente previsto.