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Il caso della settimana

Moody’s taglia rating dell’Ungheria.

I titoli sarebbero ad un passo dal livello ‘junk’, spazzatura. Preoccupazioni sui conti pubblici a lungo termine e vulnerabilità esterne.


UNGHERIA E RATING
. L’agenzia di rating  taglia il rating sul debito dell’Ungheria al livello minimo di investment grade, oltre il quale scatta il declassamento a ‘Junk’, spazzatura, ha determinato il rialzo dello spread fra Bund e titoli dei paesi in difficoltà, Italia inclusa.  L’agenzia di rating ha abbassato il merito di credito di due ‘notch’, due gradini, portandolo a ‘baa3’, adeguandosi a quanto già fatto dalle agenzie Fitch e Standard & Poor’s che avevano già portato i rispettivi rating al livello più basso della graduatoria di investimento.

LE PROSPETTIVE. L’outlook  è negativo e quindi Moody’s non esclude un ulteriore taglio del rating "se il governo non stabilizzerà la propria situazione finanziaria", si legge in una nota dell’agenzia. La decisione di Moody’ s si deve al fatto che la strategia del governo si basa principalmente su misure temporanee di consolidamento fiscale e riflette lo scenario di "deterioramento del deficit di bilancio strutturale del paese". "Moody’s potrebbe tagliare ancora il rating se il governo non stabilizzerà la propria forza finanziaria", si legge nella nota, dove si aggiunge che a complicare il processo di stabilizzazione potrebbe essere la maggiore avversione al rischio tra gli investitori, evidente nelle pressioni sul tasso di cambio e sul costo del debito.

LE CONSEGUENZE. Il primo effetto della decisione dell’agenzia di rating si è quindi materializzato sull’aumento del costo di assicurazione (cds) contro il rischio default sui paesi periferici dell’eurozona. I cds a 5 anni sui titoli irlandesi sono saliti di 20,39 punti base a 562,88, quelli italiani di 10,77 punti (219,66) e gli spagnoli di 16,96 punti, mentre quelli sull’Ungheria sono cresciuti di 15,64 punti a 370,74. In crescita anche il premio di rendita per i titoli di Stato, spinti soprattutto dalle controverse dichiarazioni sul fondo europeo: da un lato Francia e Germania che vorrebbero ridurre al minimo l’intervento comunitario, dall’altro i Paesi in difficoltà che vedono Bruxelles come un’ancora di salvezza.